Ranieri, 9 anni “Voce di lupo ti insegna a osare”

Voce di Lupo, di Laura Bonalumi

Battello a vapore – I Vortici

La mini recensione di mio figlio Ranieri, 9 anni, che ha divorato in due giorni “Voce di lupo”.

Un ragazzo muore tragicamente in montagna e il protagonista, suo caro amico, scappa nel bosco perché si sente colpevole. Qui incontra un lupo che lo aiuta a sopravvivere e a superare la paura di togliersi i guanti che il ragazzo indossa dalla morte dell’amico.

Ho amato molto questo libro perché mi ha catturato la storia del protagonista che, secondo me, possiede uno spirito libero e selvaggio.

Ho apprezzato anche i capitoli in cui i personaggi secondari esprimevano le loro emozioni.

Mi sono riconosciuto nel protagonista non per la paura che provava ma per il coraggio e la determinazione dimostrata nel bosco.

Il libro mi ha insegnato a osare e non ascoltare sempre i consigli degli altri ma il mio consiglio ascoltatelo: LEGGETE VOCE DI LUPO!

Amore, cibo, famiglia, orgoglio: la ricetta perfetta di “Non c’è gusto senza te”

Non c’è gusto senza te (HarperCollins) è il romanzo scritto a quattro mani da Edy Tassi, traduttrice e autrice di diversi romanzi, e Gloria Brolatti giornalista e foodblogger. Il romanzo, molto piacevole, racconta l’incontro non proprio tranquillo tra lo chef stellato ed esteta, Massimiliano, e Caterina, foodblogger con un approccio al cibo molto più pratico e al sapore di Puglia.

Quisilegge ha incontrato le autrici.

QSL (Paola) – Edy, Gloria, come vi siete conosciute e come è nata l’idea di Non c’è gusto senza te?

EDY e GLORIA – Ci siamo conosciute davanti a una pizza fumante, due anni fa a Bookcity, nel cuore librario di Milano, quasi per caso, come spesso succede per gli incontri che nella vita lasciano il segno. Ora, oltre a un libro divertente e che piace, siamo legate da un’amicizia sincera e… proficua. Quanto all’idea, avevamo tutte e due in mente una storia del genere e, addirittura, un racconto nel cassetto che in pratica era l’incipit di Non c’è gusto senza te, con qualche ritocco. Una magia che capita poche volte nella vita di una persona e forse anche in quella di un libro e molti tra coloro che lo hanno già letto sostengono che ciò si avverte. Di certo, è la storia che ci ha chiesto di essere scritta, una bella sensazione, davvero

QSL – La storia è un amalgama perfetto. E’ stato difficile scrivere a 4 mani?

EDY e GLORIA – Neanche un po’. Perché Non c’è gusto senza te è una storia pensata con due teste, che sembravano una. L’abbiamo accarezzata, ideata, strutturata insieme, in perfetta sintonia. Abbiamo creato i personaggi mescolando caratteristiche fisiche, tratti caratteriali, aspirazioni, pregi e difetti. Abbiamo lavorato durante lunghi pomeriggi davanti a tazze di tè, biscotti, dolcetti, assaggi di cioccolato (che è uno dei protagonisti del libro, non dimentichiamolo!) pensando alla trama, creando scalette per le scene, prendendo appunti frenetici e poi ognuna delle due si è messa all’opera nel campo che più le si confaceva. Una ai fornelli, a sviluppare, provare, modificare ricette; l’altra alla tastiera, a mettere in parole le idee. E non è stato affatto difficile proprio perché abbiamo portato il contributo della nostra competenza in un clima di rispettosa collaborazione, disposte anche a scambiarci i ruoli quando serviva.

QSL – I personaggi trasudano sex appeal. Vi siete ispirate a qualcuno?

EDY e GLORIA – Volevamo una storia che facesse scintille in tutti i sensi. La volevamo spiritosa, emozionante, golosa e con il giusto pizzico di sensualità. E la sensualità, con il cacao e il cioccolato di mezzo, è garantita. Chi legge Non c’è gusto senza te, ovviamente, ci vede un rimando alle innumerevoli trasmissioni televisive dedicate al cibo e agli chef esigenti che le animano. Noi però non ci siamo ispirate a nessuno in particolare. Volevamo due personaggi credibili, che solo all’inizio potessero ricordare qualcuno, ma il cui background fosse tale da renderli poi assolutamente unici. Per questo abbiamo dato a Massimiliano e Caterina una famiglia, un passato, che motivassero le loro azioni. Lasciamo alle lettrici il divertimento di trovare collegamenti con i nostri personaggi inventati e quelli reali!

QSL –  Massimiliano e Caterina (ma anche altri personaggi) sono mossi dalla voglia di riscatto. C’è qualcosa di autobiografico in loro?

EDY e GLORIA – La voglia di riscatto è un motore che abbiamo un po’ tutti. Qualcuno ce l’ha più ingolfato, qualcun altro più brillante. C’è chi ambisce a riscattarsi da una famiglia invadente, chi da origini modeste, chi da una vita che sembra una collana di giornate tutte uguali. Quindi forse sì, qualche pennellata autobiografica magari c’è. Però è bene ricordare che oltre a essere una commedia romantica, questa è una storia calata nel nostro tempo: un’epoca che non perdona chi sta a guardare, quindi Massimiliano, Caterina e un po’ tutti i personaggi del libro vivono i conflitti e le contraddizioni del giorno d’oggi. Compresa la voglia di riscatto sociale, affettivo e di realizzazione personale.

QSL – Gloria, nel libro Massimiliano prepara una mousse di cioccolato all’acqua di cui avevi parlato nel tuo blog (www.emoticibo.), hai quindi sperimentato tutte le ricette che sono inserite nel romanzo? (Io voglio provare la torta 7 vasetti)

GLORIA – Questo è poco, ma sicuro. Le ricette, come tutte quelle che pubblico nei miei libri di cucina o nel mio blog, sono sempre provate e sperimentate! Qualcuna è ispirata a qualcosa che ho assaggiato, o che ho letto qua e là e poi cambiato, modificato, stravolto; qualcuna invece me la sogno di notte e la realizzo di giorno; qualcuna infine è stata molto studiata e fatta e rifatta finché è venuta bene. E in ogni caso, le ricette di Non c’è gusto senza te sono inedite, create per l’occasione o rielaborate dal mio blog. Questa è anche la filosofia della protagonista, la food blogger Caterina Malena: in cucina abbiamo idee molto simili lei e io… Quanto alla torta 7 vasetti, in realtà, è una rielaborazione di Caterina di una torta che si può dire nata sul web, nei social, famosissima e molto strapazzata. Ma poi basta cambiare quello che metti nei vasetti ed ecco che diventa tutta nuova, inedita. E più buona!

QSL – Edy, sulla sfondo della storia si intravede uno spaccato del nostro paese: i ritmi lenti e la mancanza di opportunità del sud, il precariato e la frenesia del nord, l’opportunismo della tv. Un romanzo leggero ma non superficiale. Ti riconosci in questa definizione?

EDY – Per noi Non c’è gusto senza te racconta la commedia della vita. Fatta di tante sfaccettature. Per questo, leggendolo, si ritrovano le tematiche tipiche della nostra quotidianità, presentate con toni leggeri, ma non per questo meno incisivi. Il nostro non voleva essere un trattato di sociologia, ma sicuramente offre numerosi spunti di riflessione. E credo che tu Paola abbia azzeccato la definizione. Si tratta di un libro leggero, sì, ma tutt’altro che superficiale, dove ogni parola e ogni scena sono pesate e hanno un senso. Grazie di averlo notato e sottolineato!

Non c’è gusto senza te – La trama

Cos’hanno in comune una pasta alla Norma destrutturata e delle frittelle di zucchine? Un’ostia di polpo e un biscotto al cioccolato?

Niente.

Proprio come lo chef Massimiliano Vialardi e la foodblogger Caterina Malena.

Lui propone una cucina dal forte impatto estetico, estremamente raffinata e algida. Lei dispensa ricette e consigli ereditati dalla nonna pugliese, pensati per donne che non hanno tempo di trascorrere mezza giornata in cucina “per rendere sferico il fumetto di pesce”

Eppure Caterina e Massimiliano dovranno imparare a collaborare per realizzare un progetto top secret, che potrebbe rappresentare la soluzione ai loro problemi. Caterina, infatti, ha perso il lavoro, ma la sua famiglia non lo sa e non lo deve sapere. Massimiliano, invece, ha bisogno di nuovi locali perché la madre ha deciso di trasformare il suo ristorante in una galleria d’arte temporanea.

Così, anche se è l’ultima cosa che vorrebbero fare, i due si ritrovano a cucinare insieme, chiusi in una villa dove andare d’accordo sembra impossibile.

Tra Milano, Cisternino di Brindisi e l’Oltrepo Pavese; tra programmi televisivi, battibecchi, tradimenti e impreviste riappacificazioni, la schermaglia, nata dosando ingredienti e sguardi davanti alle telecamere, si trasforma fra le mura della villa in una storia che cuoce a fuoco lento, profuma di cacao, ha un lato dolce tutto da scoprire… e lascia in bocca il gusto persistente dell’amore.

All’interno alcune gustosissime e facili ricette, tratte dal blog Trafelate in cucina

Qualcosa, di Chiara Gamberale

La principessa “Qualcosa di Troppo” ha un buco nel cuore che non riesce e guarire. Il Cavalier Niente l’aiuterà a rendere pieni i giorni vuoti grazie all’aiuto di Madama Noia.

Il Cavalier Niente le farà capire che “il bisogno è solo un sogno: e prima o poi finisce o comunque sfinisce” mentre “Qualcosa di troppo” si ostina, e noi con lei, a riempire i vuoti col cavaliere di turno o con l’amico incontrato su Smorfialibro. Ma la solitudine che viene da dentro, solo noi la possiamo guarire  quando finalmente capiamo che “è il puro fatto di stare al mondo la vera avventura”.

Da leggere anche ai bambini

Bellissime le illustrazioni di Tuono Pettinato.

 

FRANCESCA CHIAPPA, Hacca Edizioni: la lettura è lo spazio di resistenza per chi vuole cambiare il mondo.

L’editore del mese” è una rubrica di La scimmia dell’inchiostro, il blog di GoodBook.it – Il portale delle librerie indipendenti: ogni mese è dedicato alla scoperta di un editore del panorama indipendente italiano, grazie alla collaborazione con alcuni book-blogger.

Per il mese di febbraio, Qui Si Legge ha intervistato Francesca Chiappa, fondatrice di Hacca Edizioni, una casa editrice indipendente che ha sede nelle Marche. Per Francesca “i libri sono visioni, la loro scelta è anch’essa una traiettoria nata nella testa, e nella pancia, di chi in editoria ci lavora. Ogni marchio editoriale, soprattutto tra gli indipendenti, denota uno specifico intuito, quello di chi si è incaponito in una direzione e prova ad aprire la strada”.

QSL – Francesca Chiappa, hai fondato Hacca Edizioni nel 2006. Puoi tracciare un bilancio dei tuoi primi dieci anni?

FRANCESCA – Sembra sia passata una vita intera in questi effettivi dieci anni di vita della casa editrice. Sarà che sono cresciuta con lei (avevo 27 anni quando ho creato Hacca), che il mercato editoriale ha subito una intensa e feroce mutazione, sarà che lavorare in una casa editrice prende tutto di te – ogni momento libero, ogni pensiero, ogni sogno –, ma questo tempo è stato un tempo lungo e lento. Proprio ieri abbiamo mandato in stampa il settantaquattresimo titolo di narrativa, a testimoniare che siamo state caute ma cocciute. Abbiamo raccolto voci nuove, esordi importanti, e un’idea di letteratura che vuole essere di scoperta del contemporaneo. Abbiamo riportato in libreria autori del Novecento italiano che non si trovavano più negli scaffali. Ci siamo fatte un’idea di mondo insieme alle scrittrici e agli scrittori che hanno abitato il nostro catalogo. E posso dire che il mondo lo abbiamo compreso di più, attraverso le parole raccolte nelle nostre pagine

QSL – Chi era Francesca Chiappa prima di Hacca Edizioni?

FRANCESCA – Ero semplicemente una studentessa appassionata di saggistica e attratta dalla carta. Ho sempre vissuto accanto ai libri: da piccola, frequentando la biblioteca del paese e crescendo come lettrice, e poi come avida consumatrice di informazioni. La mia idea di editoria era completamente sbagliata. Anzi, forse non avevo nemmeno idea di cosa fosse e come funzionasse una casa editrice. Finché non sono entrata a far parte di una redazione che si occupava di editoria professionale. Lì ho capito che avrei potuto giocare con tutti gli aspetti più tecnici del lavoro editoriale: l’impaginazione, la correzione, l’editing. Dopo è arrivata la parte creativa, che ho dovuto imparare a gestire, confrontandomi con gli aspetti più commerciali di questo settore. Un lavoro bellissimo, che continuo a fare con passione, paura e determinazione.

QSL -Donna ed editore. Ti sei scontrata con stereotipi e pregiudizi?

FRANCESCA – No. Forse perché ho scelto di ignorarli, di non dare loro il potere di inquinare il mio sguardo sul mondo. Non ho mai costruito la mia personalità basandola su un genere o un orientamento sessuale, e credo che questo sia perfettamente visibile dal di fuori. Se ho avuto delle difficoltà o incontrato degli ostacoli, li ho sempre valutati in relazione alle mie scelte, non al mio taglio di capelli o all’abito che indossavo. Questo, con il tempo, credo mi abbia resa forte e impermeabile. Con questo non voglio negare l’esistenza di pregiudizi e stereotipi e la loro pervasività, anzi. Lavorando con le parole, cerchiamo ogni giorno di sfidarli, anche quando si presentano mascherati e subdoli. E’ un lavoro duro che richiede un esercizio costante. Ricordo i primi tempi quando, a chi mi domandava del perché la nostra redazione fosse formata principalmente da donne, rispondevo che le ritenevo più idonee ad accogliere, a farsi carico delle esigenze di chi scriveva per noi. Era un errore, fondato su uno stereotipo. Ora so che si trattava solamente di un caso che ci fossero tante donne.

QSL – Qual è l’identikit del vostro lettore e, invece, a quale target vorresti arrivare?

FRANCESCA – Mi fai una domanda alla quale non so ancora rispondere, a distanza di tanti anni. Forse perché siamo noi a non avere un lettore tipo, oppure perché nel tempo gli stessi lettori sono cambiati, si sono trasformati. Abbiamo avuto lettori giovani, curiosi di scoprire e di confrontarsi con le voci nuove che abbiamo provato a scovare, con la loro idea di scrittura e con la loro visione. Ma anche un pubblico maturo, esigente, molto colto, interessato ai recuperi e a quei titoli che raccontano l’Italia del Novecento, l’Italia della ricostruzione e della fabbrica, l’Italia di Olivetti e di Mattei. È agli adolescenti, tuttavia, che vorrei arrivare. Giorni fa “guardavamo” il nostro catalogo, e ci siamo accorte che ha tutto a che fare con lo schiudersi dei sentimenti. Ogni libro pubblicato contiene il racconto della nascita, o meglio della scoperta, di un sentimento. Ecco, penso che sia all’adolescenza che mi rivolgo idealmente tutte le volte che scelgo di pubblicare un libro: mi chiedo se sarà capace di svelare un segreto, di accendere una rivoluzione, una qualsiasi.

QSL –  Quali libri hai sul comodino e quali libri consideri fondamentali nella tua vita?

Il mio comodino ha una conformazione ormai standard. Pieno zeppo di manoscritti che non faccio in tempo a leggere, nonostante le buone intenzioni. C’è sempre il libro in lettura per il Circolo di lettura “Viola legge”, ci sono i libri da presentare nella nostra libreria, Kindustria, che condivide lo spazio della redazione. E poi ci sono i libri che leggo per me, per rimettere in equilibrio il respiro, per assentarmi e provare su di me le esperienze e i sentimenti dei protagonisti delle storie che leggo. Se durante l’infanzia leggevo per riempirmi gli occhi di meraviglia e di avventure, con il tempo ho imparato ad amare le attese e i silenzi. Sono stata al fianco di Santiago per notti e giorni (Il vecchio e il mare, Ernest Hemingway), nella foresta nera con il mio amico ritrovato (Fred Uhlman), per poi ritrovarmi sulla strada (Jack Kerouac), felice e un po’ sbandata. Poi, crescendo, è stata la poesia a fornirmi le parole: Anna Achmatova, Sylvia Plath, Emily Dickinson, naturalmente Rimbaud, Verlaine, ma anche Majakóvskij e persino Pound. Poi con lo studio è arrivata la passione per i libri di Storia, che mi hanno aiutato a comprendere un secolo breve (Eric Hobsbawm), e di politica economica (Stiglitz, Krugman, ma anche Marx e Bakunin) che mi hanno avvicinato alle idee dei movimenti no global di allora. Ora sono tornata nuovamente a perdermi nella narrativa, con un piglio più esigente e con un’attenzione più profonda verso la scrittura. Non cerco più avventure, viaggi e distanze nei libri che leggo, quanto piuttosto le parole che riescono a restituirmi il senso più profondo dei sentimenti. Esco in questi giorni da una lettura folgorante, da questo punto di vista: Lila di Marilynne Robinson, suggerito dall’amica scrittrice Elisabetta Bucciarelli.

QSL – Quali sono i libri di Hacca Edizioni in uscita nel 2017?

FRANCESCA – Ve ne anticipo alcuni. Il 3 marzo uscirà un romanzo d’esordio che ho aspettato per anni: Un’imprecisa cosa felice di Silvia Greco. Un libro sulla felicità, su quel sorriso che malgrado tutto – nonostante i dolori, le tragedie, i fallimenti che incontriamo –, riusciamo ancora a fabbricare sulle nostre facce. Perché in fondo ci basta poco – una giornata di sole, uno sguardo, una parola – a renderci felici e a farci pensare che possiamo continuare a vivere. Sempre a primavera la pubblicazione di Vito ballava con le streghe di Mimmo Sammartino, edito anni fa da Sellerio: ancora magia e sogno nelle parole di un autore che siamo certe sarà sempre più amato dai suoi lettori. E poi i recuperi della collana Novecento.0 che, grazie alla direzione di Giuseppe Lupo, ci permetterà di riportare in libreria nel corso dell’anno, ad esempio, Michele Prisco.

QSL – Perché in Italia si legge poco? (Il 58% dai 6 anni in su, dati Istat 2015, non legge neanche un libro all’anno n.d.r.)

FRANCESCA -Non lo so. Il mondo che noi frequentiamo è fatto di lettori. L’editoria si prende la vita di chi ci lavora, sembrerebbe che la circondi. Per noi è impensabile un paese di non lettori, case spoglie di libri, giornate spoglie di parole. Ma il paese reale è un paese che man mano si è impoverito, economicamente, socialmente e culturalmente. Un paese dove non si finanzia più la ricerca, dove l’istruzione non garantisce più un’occupazione e anzi sembra contrastarla. Un paese dove la disuguaglianza si è aggravata, creando una distanza enorme tra i vari strati sociali. Non voglio dire che i libri sono diventati beni di lusso. Penso piuttosto che la lettura sia diventata invece uno spazio di resistenza, riservato a chi – per formazione, per opportunità, per consapevolezza – ha ancora la volontà di cambiare il mondo. Ecco, vorrei che i libri occupassero più spazi, anche quelli inaspettati, anche quelli che possono sembrare inutili o inappropriati. Perché ognuno possa avere un libro accanto quando, improvvisa, sentirà di nuovo, o per la prima volta, la voglia di leggere.

QSL –  La fascia d’età in cui si legge di più è quella dei 15-17 anni, probabilmente legata ai libri che obbligatoriamente si leggono a scuola. Perché si perde per strada la voglia e il piacere di leggere e qual è la tua idea per riavvicinare le persone alla lettura?

FRANCESCA – Sono domande alle quali cerco continuamente risposte. Si smette perché? Forse perché quella è un’età in cui si chiede un impegno più razionale, verso l’università o verso il lavoro e chi non può continuare a studiare deve mettere da parte il sogno di cambiare il mondo. Credo che l’amore per la lettura stia tutto in quel sogno.. I libri non sono che parole, e visioni, dopotutto.

QSL –  Le nuove tecnologie e il mercato saturo costringono gli editori ad avere, oggi, competenze ben diverse da quelle necessarie solo il secolo scorso. Ma quanto conta, invece, la “pancia” (intuito, passione, emozione)?

FRANCESCA – Dipende dal tipo di editoria. Quella di progetto, che è quella che conosco meglio, sta tutta nella “pancia”. Se, come ho ripetuto più volte, i libri sono visioni, la loro scelta è anch’essa una traiettoria nata nella testa, e nella pancia, di chi in editoria ci lavora. Ogni marchio editoriale, soprattutto tra gli indipendenti, denota uno specifico intuito, quello di chi si è incaponito in una direzione e prova ad aprire la strada. Le tecnologie e le nuove competenze sono solo strumenti per lo stesso identico obiettivo di sempre.

QSL – Da Matelica (Mc) dove avete il quartier generale, come vedete la dicotomia tra il Salone del Libro di Torino e Tempo di Libri di Milano? A quale fiera parteciperete?

FRANCESCA – Amo definire Hacca una casa editrice di campagna. Siamo nell’entroterra marchigiano, tra le colline e i filari di verdicchio. Ho sempre partecipato al Salone del libro di Torino, e con gli anni ho imparato a conoscere le strade della città, le ho viste cambiare, animarsi e ripopolarsi, e mi è sembrato di aver fatto parte di questa mutazione. Quando ho sentito per la prima volta l’idea di una fiera del libro a Milano, ho pensato che quel cambiamento non lo avrei vissuto, e che fosse un peccato abbandonare un luogo simbolico come il Lingotto di Torino. Abbiamo preferito restare al Salone Internazionale del libro di Torino, grazie anche alla loro iniziativa nei confronti degli editori del territorio colpito dal terremoto, esonerati dal pagamento dello spazio espositivo, che rende possibile la nostra partecipazione. Su Milano abbiamo scelto Book Pride, per la prima volta quest’anno. E poi Palermo, con una Marina di Libri.

QSL – Avete lanciato l’iniziativa “Futuro infinito”, per donare libri ai terremotati di Visso, libri che potranno costituire il nucleo della futura biblioteca del paese. Come è nata l’idea e come sta andando l’iniziativa?

FRANCESCA – Noi non abbiamo altro che libri e parole per costruire il nostro futuro. Quando questo terremoto ci ha colpiti, non solo buttando giù le case, ma distruggendo l’intera nostra identità, la prima cosa che abbiamo ritenuto indispensabile per la ricostruzione è stata una raccolta di libri. Ogni libro un mattone. Ogni libro una visione. Quando una casa si muove, i primi a cadere sono i libri. Ma sono anche le prime cose che riusciamo a rimettere in piedi (perché è più facile, ma anche perché ci preme farlo). E allora abbiamo pensato a una biblioteca, un deposito di libri che possa reclamare uno spazio, anche fisico, nella ricostruzione, nel paese che verrà. Ma anche nell’identità delle persone che lo riabiteranno.

 

 

 

 

 

La gemella sbagliata: quando fai uno scherzo e chi ci casca è…la vita

La gemella sbagliata, Ann Morgan – Piemme

Helen, Ellie: nomi assonanti che appartengono a due gemelle identiche ma distinguibili una per la treccia, l’altra per i codini. Gemelle identiche ma Helen ha una forte personalità rispetto a Ellie e alla sua fragilità mentale di cui forse ha colpa il cordone ombelicale che le si è stretto al collo al momento del parto. Impossibile confonderle, quindi, almeno fino a quando le bambine decidono di giocare allo “scambio”: Helen si veste, si pettina e si comporta come Ellie ed Ellie come Helen.  Uno scherzo riuscito con gli amici e perfino con la mamma. Uno scherzo così riuscito che anche la vita vera ci casca: Ellie inizia a essere Helen in modo così convincente da costringere la gemella a vivere intrappolata nell’idea che gli altri hanno di Ellie. La profezia che si autoavvera…

Rabbia, impotenza e suspence si intrecciano nei capitoli che parlano del passato ma che sono scritti al presente e in quelli del presente che sono scritti al passato.

Ma la curiosità di sapere come va a finire vince sulla destabilizzazione che si prova nel leggere lo sviluppo della storia.

Perchè la vita “… è tutto un equilibrio sopra la follia”

 

 

E’ giusto spiegare ai bambini anche quelle che “Sono cose da grandi”?

Sono cose da grandi, di Simona Sparaco. Einaudi Stile Libero

La maternità rende fragili di fronte alla paura di non preparare adeguatamente i nostri figli all’impatto col mondo. E’ vero che, come ha fatto Simona Sparaco nei primissimi anni di vita di suo figlio, tendiamo a proteggerli dalla violenza, dalla guerra, dalle brutture, perché li vediamo troppo piccoli per capire ma è anche vero, come intuisce l’autrice, che ci sono le parole giuste per spiegare ai piccoli le “cose da grandi”. Siamo noi che dobbiamo trovarle.

Simona Sparaco, di fronte alle immagini della strage di Nizza del 14 luglio 2016, decide di affrontare la paura di spiegare il mondo anche se “dentro ogni madre c’è anche una bambina che piange. La puoi sorprendere quando diventa violenta, aggressiva, e dice che non ce la fa più. Quando il senso di responsabilità si fa opprimente, quando è la paura a prendere il sopravvento“.

E così, parole dolci e delicate lambiscono i grandi temi e abbracciano il figlio Diego che restituisce alla mamma espressioni e parole da piccolo uomo.

Parole ed espressioni che ogni mamma vede o ha visto nei propri figli e che ben fa Simona Sparaco a mettere nero su bianco perché, almeno lì, rimangano per sempre.

P.S. Da accompagnare con l’ascolto di “A modo di tuo”, di Elisa

Il mini comodino di Greta, 17 anni. Nei suoi libri gli errori della debolezza umana!

QuiSiLegge ha intervistato Greta Chimienti, 17 anni, studentessa di IV liceo scienze umane, che ha costruito per noi il comodino dei libri che ha amato di più.

QSL – Greta, come hai iniziato ad avvicinarti alla lettura?

GRETA – Ho iniziato da piccola perché mia madre mi comprava molti libri. Mi sono poi appassionata al modo in cui mi sento quando leggo: mi sembra di essere in due posti diversi contemporaneamente! Solo verso i 12 anni mi sono temporaneamente allontanata da questa passione perchè frequentavo persone che non amavano la lettura e io mi sentivo giudicata perchè leggevo.

QSL – Ricordi i tuo primo libro?

GRETA – Si, Riccioli d’oro e le storie Disney sono stati i primi libri letti con mia madre e poi da sola.

QSL – Leggi su carta o su e-book?

GRETA – Su carta. Sottolineo frasi in cui riconosco la me di adesso, ma anche quella che ero in passato o quella che voglio diventare.

QSL – Come scegli i tuoi libri?

GRETA – E’ la copertina che deve colpirmi e poi il testo in quarta di copertina.

QSL – Sul tuo comodino c’è la trilogia di Hunger Games, di Suzanne Collins.

GRETA – Ho deciso di leggerli dopo aver visto il film. Mi ha colpito sia l’ambiente (non banale, potrebbe essere un futuro possibile, verosimile) sia la psicologia dei personaggi: non sono prevedibili, specialmente la protagonista fa scelte che non mi sarei mai aspettata. Interessanti sono anche le relazioni tra i personaggi ma anche vedere come i più ricchi siano anche i più crudeli. Spesso, però, la loro crudeltà nasconde debolezza e fragilità.

Sono legata a questi libri perchè sono i primi veri libri che ho iniziato al liceo.

QSL – Inaspettatamente sul tuo comodino troviamo un libro degli anni ’80: “Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”, di Christiane F.

GRETA – L’ho letto a 16 anni. Mi hanno appassionato diversi aspetti: come seguire le compagnie sbagliate possa rovinarti la vita ma anche la storia d’amore tra Christiane e Detlef. Il tutto in un periodo storico vicino al nostro.

QSL – Dopo “I ragazzi dello zoo di Berlino” ci sono, invece,”Le Ragazze”, di Emma Cline.

GRETA – Questo libro l’ho letto su consiglio di mamma, mi fido dei suoi consigli. Ho ritrovato alcuni aspetti de “I ragazzi dello zoo di Berlino”. La protagonista però non segue una compagnia che ha la droga come collante ma le orme di una ragazza da cui è affascinata, plagiata. Qui sono interessanti anche i rapporti tra i personaggi secondari e come siano chiare le relazioni di influenza e manipolazione. E’ un libro più duro de “I ragazzi dello zoo di Berlino”.  Ne le “Le ragazze” le persone arrivano a uccidere. La protagonista però, nonostante le esperienze negative, non cresce e questo mi ha dato fastidio. Mi aspettavo, infatti, una crescita psicologica e spirituale della protagonista che invece mantiene un atteggiamento passivo che non sopporto neanche nella vita di tutti i giorni, nelle persone che conosco. Non mi piace chi si piange addosso.

QSL – Chiude il tuo comodino il libro più vecchio: “Il ritratto di Dorian Gray”

GRETA – Al contrario di Hunger Games, ho letto prima il libro e poi ho visto il film. Mi ha affascinato l’idea della tentazione e dell’essere tentati (un po’ come succede ai ragazzi dello zoo di Berlino) ma anche la constatazione che la debolezza umana ti fa fare la scelta più facile, più comoda. Ho amato lo stile della narrazione e ho sottolineato mezzo libro!

Greta adesso sta leggendo “Lo Hobbit” e “Oliver Twist”

I libri scelti di Greta hanno spesso protagonisti fragili, che si lasciano trascinare in scelte sbagliate, con le idee poco chiare. Lei, invece, le idee le ha chiarissime.

QSL – Come e dove ti vedi tra 10 anni?

GRETA – Mi vedo con un lavoro provvisorio per pagarmi il viaggio verso il paese in cui ho deciso di lavorare: la Cina. E  ho già iniziato a studiare cinese…

CHI VUOLE VEDERE LA MAMMA FACCIA UN PASSO AVANTI

In una fredda mattina di novembre del 1944 l’uomo nero si vestì di infame cattiveria: il dottor Mengele, l’angelo della morte, si presentò nella baracca 11 di Auschwitz-Birkenau e disse: “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti…”.
Pochi mesi dopo, il 20 aprile 1945 nella scuola amburghese di Bullenhuser Damm 20 bambini ebrei, dopo essere stati sottoposti a inutili esperimenti medici, vennero uccisi insieme ad altri quattro prigionieri adulti: due medici francesi e 2 infermieri olandesi.
Questo libro è la ricostruzione puntuale e documentata della storia di 20 bambini ebrei, deportati da Francia, Italia, Olanda, Polonia e Slovacchia prima al campo di sterminio Auschwitz-Birkenau, poi nel campo di concentramento tedesco di Neuengamme (Amburgo), dove divennero vittime degli esperimenti medici e della brutalità insensata della politica dello sterminio del Terzo Reich.
La cronaca dell’orrore perpetrato sui 20 bambini dal medico, criminale nazista, dottor Heissmeyer e dai suoi complici, ripercorre la tragica catena di vicende –  l’arresto, la detenzione nel campo di Auschwitz-Birkenau, la separazione dai genitori, gli esperimenti medici e il terribile epilogo – attraverso documenti inediti, testimonianze, atti processuali, azioni di giustizia e di “non giustizia” eseguite nei confronti dei carnefici coinvolti nella vicenda.
Un libro che non sarebbe stato possibile senza la tenacia e lo sforzo condotto dal giornalista tedesco Günther Schwarberg, che per primo ha intrapreso le ricerche per preservare dall’oblio i 20 bambini uccisi Bullenhuser Damm, salvaguardandone così il ricordo per sempre. A lui, l’angelo dei 20 bambini, è dedicato un intero capitolo del libro di Maria Pia Bernicchia che, proprio da Schwarberg ha ricevuto il testimone per non dimenticarli mai.
Il volume è corredato da un congruo apparato di note storiche, riunite nella sezione “Approfondimenti & Chiarimenti”, indispensabile per chi voglia approfondire l’argomento.

La storia di Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti, ovvero una carezza alla Memoria di 20 bambini

Nel 2004 Proedi Editore pubblicò per la prima volta la storia di 20 bambini ebrei provenienti da tutta Europa, vittime della barbarie nazista: deportati ad Auschwitz prima, usati come cavie umane in Germania poi e infine uccisi per cancellare le “prove” di un assurdo quanto inutile crimine. Era stata Maria Pia Bernicchia ad affidarla all’editore, tradotta e adattata dall’opera di un giornalista tedesco, buono e coraggioso: Günther Schwarberg. Il primo ad aver reso nota al mondo la tragedia dei “20 bambini di Bullenhuser Damm” sulle pagine del settimanale “Stern” – che dall’8 marzo 1979, per sei settimane, la pubblicò insieme a parte degli Atti del Processo di Curio-Haus e alla sentenza – e, nove anni dopo, con il suo primo libro, Il medico delle SS e i bambini (tradotto in sei lingue). La tenace professoressa di tedesco veronese, dopo aver incontrato Günther, adotta i “20 bambini di Bullenhuser Damm” e decide di impegnarsi a fondo per restituire loro le carezza negate e la Memoria.Traduce, adattandoli, i libri di Schwarberg, contatta Proedi Editore e, insieme, danno vita a un “piccolo libro”.
Un “piccolo libro” destinato a crescere e a far crescere.
Nel 2004 si intitolava I 20 bambini di Bullenhuser Damm, e aveva 96 pagine.
Nel 2011, alla sua quinta ristampa, le pagine erano diventate 120. Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti era il suo titolo.
Nell’arco di sette anni ne furono fatte cinque ristampe, una versione in ebraico, una versione eBook nel 2012, sia in italiano, sia in inglese.
In dieci anni, la storia dei “20 bambini di Bullenhuser Damm”, tenacemente accudita e ampiamente diffusa da Maria Pia Bernicchia e Proedi Editore, è entrata nelle scuole italiane, nel cuore degli studenti e degli insegnanti ed è diventata un riferimento anche per storici e ricercatori in Italia e nel mondo.
Molte sono state le iniziative parallele legate alla memoria dei “20 bambini di Bullenhuser Damm”, quali il sostegno derivante da parte dei proventi derivati dalla vendita del “piccolo libro” al progetto Gugulethu per la lotta contro la tubercolosi nei bambini sudafricani, al progetto case-accoglienza per bambini malati di tumore della Lilit, alla realizzazione della biblioteca del Memoriale della Shoah di Milano, senza contare i giardini di rose bianche, piantati in Italia, in Germania, a Gerusalemme e i parchi e le strade intitolati ai bambini e a Günther Schwarberg ad Amburgo.
Maria Pia Bernicchia e Proedi Editore hanno raccolto il testimone lasciato da Günther Schwarberg. Insieme hanno proseguito le ricerche, gli studi, hanno mantenuto i contatti con i parenti delle piccole vittime, hanno tessuto altre trame, hanno collaborato alla realizzazione del documentario prodotto da RAI STORIA, di Gianluca Miligi, Rose bianche su sfondo nero. I bambini di Bullenhuser Damm.

Così la storia dei “20 bambini di Bullenhuser Damm” è diventata una grande, indimenticabile storia. Leggetela e accarezzate anche voi la Memoria di questi  20 bambini. E ricordate che acquistando il libro contribuirete alla realizzazione della Biblioteca del Memoriale della Shoah di Milano.

 

“FACCIO QUELLO CHE POSSO” MA VOGLIO FARLO BENE – Intervista ad Alessandra Spada

Faccio quello che posso- Appunti per genitori che vogliono crescere brave persone“, di Alessandra Spada è un libro, edito da Demetra, che tratta tematiche genitoriali in modo davvero non banale. Il testo è capace di “fotografare” i momenti in cui i genitori agiscono sulla scorta delle emozioni e di far loro leggere quei momenti con calma e serenità. E’ un libro che aiuta a essere più consapevoli e lo fa in modo educato e cortese, cosa per niente scontata. Tantissimi sono gli spunti, i consigli e anche le letture da annotarsi per godersi un po’ di più la crescita dei propri figli.

QUISILEGGE ha intervistato l’autrice, Alessandra Spada.

 

 

QSL – Sono tante le mamme che scrivono ma solitamente si concentrano sui dettagli di una fase della vita dei figli. Il tuo libro è differente. Sale di un livello e ci fa guardare temi, fasi, problemi da un gradino più alto. Io, da mamma, ho trovato questo approccio molto rassicurante. E’ una scelta o il felice risultato di un diario lungo anni?

SPADA – Accipicchia, non so se sono salita di un livello, ma grazie.

In ogni caso sono state entrambe le cose, una scelta e un lungo percorso.
Ho sempre letto e scritto tanto, per lavoro in università, per passione fuori.
Da che ho memoria ho trovato conforto nelle pagine di un libro e ho riordinato i pensieri in quelle di un quaderno.

Quando sono diventata madre entrambe le azioni sono diventate una necessità e hanno trovato una loro forma. Una scrittura breve, appunti per non perdere il filo delle cose. E molte letture intense, per confrontarmi, confortarmi e ricordarmi dove volevo andare.

A un certo punto poi, i miei due mondi sono entrati in conflitto.
Quando sul lavoro mi hanno fatto pesare le maternità, quando delle porte si sono davvero chiuse davanti al mio ennesimo pancione, ho prima pianto, poi cercato un modo per reagire.
E qui è venuta la scelta. E ancora una volta mi sono venute in soccorso le letture.
Ho scoperto che da qualche parte del mondo qualcuno stava raccontando e studiando quello che io, e molte madri, stavamo vivendo. Ho pensato che fosse assurdo essere in tanti a essere soli.

Mi sono chiesta se anche io potevo essere utile, e trovare un senso che andasse al di là della mia singola esperienza. Da lì ho pensato che forse i miei appunti potessero essere utili a qualcuno. E che sarebbe stato bello darsi una mano, scambiare esperienze, ricucire quei frammenti di sapere condiviso che si sono persi per strada.

QSL – Ho molto apprezzato la suddivisione del libro per temi, a mio parere davvero non banali. Quali sono i vantaggi di “leggere” la crescita dei nostri figli secondo aree non convenzionali?

SPADA – È di sicuro uno dei risultati del diventare madre più volte di seguito.
Ogni volta ho attraversato le stesse fasi in modo diverso. Ero diversa io, lo era la nostra famiglia, che cambia con ogni nuova nascita.
Ma ci sono anche emozioni profonde che si rinnovano e valori che si riconfermano.
Quando ho cercato di mettere ordine nei miei diari colorati, mi sono concessa il lusso della prospettiva. E riguardando il percorso fatto fino a qui, ho trovato i cinque temi in cui è organizzato il libro. Che valgono per il mio bambino più piccolo, come per i suoi fratelli adolescenti, ma soprattutto per me che sono genitore di tutti loro per sempre. Il vantaggio di rintracciare un filo conduttore, fatto di valori e emozioni, è non perdersi, ma tentare di essere ogni volta il miglior genitore possibile per ciascuno di loro, che non sono la stessa persona.

QSL –  Il libro è pieno di spunti per approcciare in modo sereno la crescita dei bambini. Questa serenità che trasmetti in modo tangibile fa parte del tuo carattere o è un regalo delle maternità?

SPADA – Una faticosa conquista!
Da bambina ho avuto un’infanzia non proprio ordinaria, e non mi è piaciuto. Io volevo essere normale. Ci ho messo parecchio tempo a capire che la normalità non è un obiettivo grandioso. Con gli anni ho imparato che invece la serenità è una gran cosa da regalare ai propri figli. Ma che ciascuno di noi può solo arrivarci lungo il proprio percorso, con le proprie forze. I genitori possono al massimo fare il tifo e mettere in tavola un buon pasto caldo.

QSL – Nel capitolo “Disegnare le regole” tratti temi importanti come lavoro, legalità, denaro, giustizia. Puoi spiegare questa scelta?

SPADA – Il sottotitolo del libro è: per genitori che vogliono crescere delle brave persone.
Ecco per me qui sta il valore civile del lavoro di cura. Come genitori, noi abbiamo una responsabilità a due direzioni, una personale, privata, intima, che riguarda solo la nostra famiglia e attinge a istinto, emozioni, sentimenti.
Ma c’è anche una direzione verso l’esterno, il resto del mondo. Se tutto va come deve, i nostri figli ci sopravvivranno e costruiranno loro il mondo di domani.
Oggi ci viene naturale proteggerli dalle brutture del mondo, ma è nostro dovere attrezzarli e trasmettere loro dei valori. Potranno accettarli o demolirli, quando saranno in grado di scegliere, ma eviteranno loro lo smarrimento del vuoto.
Per farlo dobbiamo essere disponibili a parlare di faccende serie, esporci raccontando loro come la pensiamo e perché. I bambini hanno un innato profondo senso di giustizia e una morale rigorosissima, sta a noi nutrirli perché crescano delle brave persone.

QSL – Un capitolo importante riguarda la scuola. Mi sembra l’unico argomento per il quale traspaia un po’ di rabbia per la differenza tra l’organizzazione d’oltralpe e quella italiana. Secondo te quali sono gli errori più grandi dell’approccio italiano?

SPADA – Prima ancora che di un errore, si tratta di una scelta di fondo da cui discendono tutte le altre: l’investimento.
Dove abito ora il 23% del bilancio del Cantone è investito nell’educazione. È una scelta molto precisa, il modo in cui lo Stato guarda ai più giovani come al proprio futuro e investe in loro. E questo si respira subito dal primo giorno di scuola dei più piccoli: noi investiamo te, ti diamo molto e ci aspettiamo molto. Qui gli insegnanti hanno una preparazione pedagogica eccellente e adeguata alla fascia d’età con cui lavorano. Sono formati per ogni aspetto della vita scolastica, dall’integrazione di allievi non francofoni, all’accompagnamento della loro classe su una pista di sci.

Io ho lasciato il cuore nella scuola italiana. Mi è dispiaciuto moltissimo portare via i miei figli dalle loro classi. Ma vista da qui, la vedo piena di bravi insegnanti che fanno quello che possono in una imbarazzante carenza di risorse. Lavorano in edifici vetusti e insicuri, in un clima di scarso riconoscimento sociale, per il quale non vedo abbastanza indignazione. La situazione di emergenza fa pian piano tollerare cose che qui faccio fatica a far capire, come dover comperare sapone e carta igienica.

Poi ci sono alcune ossessioni, quella della sicurezza e dei regolamenti per esempio. Qui il regolamento di tutto l’istituto è una pagina, l’intervallo si fa all’aperto, il cortile non è recintato, c’è solo scritto: non si supera la linea gialla. E nessuno la supera.

QSL – A chi pensi possa essere utile il tuo libro?

SPADA – Mi piacerebbe potesse risparmiare qualche ansia a futuri genitori, ma anche che facesse venir voglia di parlare e condividere a miei coetanei. Non vorrei fosse finita qui, per questo sul blog (www.faccioquellocheposso.com) ho lanciato il passaparola, a cui stanno rispondendo in tanti: una parola che sia importante per voi, che dica del vostro essere genitori. Io le impagino e le pubblico firmate, alla fine potremmo aver ricostruito un pezzetto di sapere collettivo.

 

 

BASQUIAT E HOMO SAPIENS: DUE MOSTRE DA NON PERDERE. A MILANO FINO A FEBBRAIO

TheFieldNexttotheOtherRoad-1981 Jean Michel Basquiat The Field Next to the Other Road, 1981 Acrilico, smalto ad aerografo, pastello a olio, pittura metallica e inchiostro su tela, cm 221x401,3 Mugrabi Colloection The Estate of Jean-Michel Basquiat by Siae 2016
TheFieldNexttotheOtherRoad-1981 Jean Michel Basquiat

Un pomeriggio con i bimbi lontano dalla tv, dai tablet ma anche dai compiti. E’ possibile? Si se hai una proposta culturale estremamente allettante a due passi da casa. Si tratta  di due mostre allestite al Museo delle Culture di Milano: Jean Michel Basquiat e Homo sapiens, le nuove storie dell’evoluzione umana. Argomenti che sembrano lontani anni luce e invece si sposano benissimo, come pane e cioccolato.

Il Mudec ospita, infatti, da una parte i lavori del giovane artista Jean Michel Basquiat che dai muri di New York lanciò uno stile personalissimo e innovativo capace di catapultarlo tra i grandi nomi di fine secolo nonostante la sua brevissima vita (morì a soli 27 anni).

Dall’altra il viaggio che ha portato l’Homo sapiens a colonizzare l’intero pianeta e a convivere con altre specie umane, formando la grande varietà di culture che conosciamo.

A noi grandi sono piaciute moltissimo. La location è stupenda, l’accoglienza squisita e ottime sono anche le torte servite nel bar interno. Ma anche ai piccoli. Ranieri, 9 anni: “La mostra di Basquiat mi è molto piaciuta. Per comprenderne a fondo l’arte bisogna pensare “come lui” e capire i suoi pensieri”. Sofia, 7 anni: “Anche a me la mostra è piaciuta molto. L’arte di Basquiat è un po’ strana però dai suoi quadri, molto belli, si capivano molte cose”.

Su Homo sapiens, inveceRanieri , che ha preso molti appunti per parlarne ai compagni di classeconsiglia di “arretrare” il pensiero di milioni di anni per capire come si comportava l’Homo sapiens. Sofia si è divertita con le parti interattive ma soprattutto a sentire le sue parole trasformate in neanderthaliano!

JEAN MICHEL BASQUIAT

Ranieri e Sofia con le audioguide alla mostra di Basquiat

Jean‐Michel Basquiat è stato uno dei protagonisti del secolo scorso; la sua vita e la sua opera riescono a trasmetterci la profonda contraddizione degli anni in cui ha vissuto e l’estrema fragilità della condizione umana. Il percorso della mostra è pensato con due chiavi di lettura: quello geografico legato ai luoghi che hanno segnato il percorso artistico di Basquiat e quello cronologico.   I visitatori potranno attraversare la vita, le gioie e le insicurezze di questo giovane artista: un uomo pieno di talento, perso nelle proprie fragilità e in una società che lo acclamava come artista, ma lo rifiutava per il colore della pelle.   L’esposizione presenta circa 140 lavori realizzati tra il 1980 e il 1987 e accosta opere di grandi dimensioni, disegni, foto, collaborazioni con l’amico Andy Warhol e una serie di piatti di ceramica nei quali, con ironia, Basquiat ritrae personaggi e artisti di ogni epoca: opere caratterizzate dall’uso di materiali poveri e da un segno grafico inconfondibile, pieno di rabbia, provenienti in larga parte della collezione di Yosef Mugrabi, a cui si aggiungono opere da altri prestatori privati.   Alcuni dei temi ricorrenti nell’opera di Basquiat come la musica, il jazz, i fumetti, l’anatomia ma anche la poesia e la scrittura saranno il fil rouge che guiderà il visitatore tra differenze sociali e razziali, emarginazione e diffidenza verso il diverso: elementi che ieri come oggi caratterizzano la società.  L’artista divenne famoso per gli enigmatici graffiti firmati SAMO che apparvero nelle strade di SoHo, opere di autentica poesia. Molte delle prime opere d’arte firmate da Basquiat con il proprio nome furono dipinte su finestre e porte che trovava abbandonate per strada. Avevano per soggetto l’energia e la cacofonia delle strade di New York: sirene di ambulanze, incidenti d’auto, insegne per all‐beef hot dogs, griglie tracciate per terra sui marciapiedi per giocare a “mondo”. Parole e lettere, spesso impiegate in senso astratto, si mescolano alle immagini. Lavorando sul pavimento di appartamenti di amici e nella strada stessa, Basquiat aveva già creato una notevole quantità di opere prima ancora di avere uno studio o i soldi per comprarsi il materiale.   Modena, 1981 La prima esposizione personale di Basquiat fu organizzata in Italia nel maggio 1981, a Modena, dal gallerista Emilio Mazzoli. Basquiat presentò la mostra non con il proprio nome, ma con l’acronimo SAMO, che dopo Modena non avrebbe più usato in quanto lo inquadrava ancora come rappresentante della nuova scena graffitista. Nei lavori della mostra gli echi della strada sono molto presenti: Basquiat accentua l’uso della bomboletta spray e alcuni caratteri tipici dei graffiti, come la visione frontale e la veloce linearità dei contorni delle figure.   Ma già il suo graffito sviluppava un proprio discorso espressivo che avrebbe prodotto il suo futuro linguaggio pittorico: un sofisticato trattamento della superficie e la presenza di una tematica individualizzata in ambito sia iconografico, come l’iconismo pastorale di risonanza biblica e l’arcaico classicismo figurale che troviamo in The Field Next to the Other Road, sia pittorico, come in Untitled (1981).   Lo studio di Prince Street, 1981‐82 Molti dei lavori più iconici di Basquiat furono dipinti nel seminterrato della galleria di Annina Nosei in Prince Street, a SoHo. In occasione della preparazione della personale di Basquiat che si sarebbe svolta presso la sua galleria nel 1982, Nosei invitò l’artista a usare il seminterrato come suo primo studio vero e proprio. A questo proposito è nata la leggenda dell’artista sfruttato in un’umida cantina e obbligato a sfornare dipinti da vendere ai collezionisti che venivano portati giù a vederlo lavorare; ma in realtà si trattava di un bellissimo spazio, con il soffitto alto e finestre a battenti che facevano entrare la luce naturale. Avrebbe potuto essere un ottimo posto per lavorare, se Basquiat non fosse stato continuamente infastidito dai collezionisti entusiasti che scendevano nello studio in continuazione, insistendo per comprare i suoi quadri prima ancora che egli avesse l’opportunità di contemplarli e di decidere che erano effettivamente compiuti. A dispetto di quelle distrazioni, nello studio del seminterrato Basquiat realizzò opere stupefacenti, in cui la sua vivace sensibilità si fonde con la finezza che gli derivava da una sempre più vasta conoscenza della storia dell’arte e dalla padronanza della tecnica. Lo studio di Crosby Street, 1982‐83 Annina Nosei aiutò Basquiat a trovare un loft al primo piano del n. 151 di Crosby Street, a pochi isolati di distanza dalla galleria, dove potesse lavorare senza distrazioni. Lì riceveva molte meno visite senza preavviso dai collezionisti, ma poiché Basquiat era forse l’unico della sua cerchia a disporre di uno spazioso e ben fornito studio con abitazione, vi capitavano spesso amici e perditempo. Basquiat lavorava spesso con il televisore acceso e sintonizzato su programmi di cartoni animati; il movimento delle figure lo ispirava, diversamente da altri artisti, abituati a ritrarre modelli dal vivo. Il periodo che Basquiat trascorse nello studio di Crosby Street fu uno dei più proficui. I lavori realizzati in questa fase denotano una sempre maggiore complessità, unita a un’audace semplicità. Lo studio di Great Jones Street, 1984‐88 L’importante amicizia e collaborazione di Basquiat con Andy Warhol spinse quest’ultimo ad affittargli un’antica rimessa per carrozze in Great Jones Street, nel quartiere di NoHo. Tra i molti talenti di Warhol vi era anche uno speciale fiuto per i buoni affari immobiliari; l’edificio di Great Jones Street era una delle numerose proprietà alquanto speciali che aveva acquistato. Lo studio dove Basquiat dipingeva era a pianterreno; al primo piano, dove si trovava anche la camera da letto, era solito lavorare a disegni di dimensioni più ridotte. I suoi lavori del 1984‐88 spesso mostrano una composizione di più ampio respiro e un maggiore impegno cromatico. Le sue opere diventano sempre più profonde e spirituali. Collaboration Paintings, 1984‐85 Il gallerista di Basquiat, Bruno Bischofberger, propose a Basquiat, Francesco Clemente e Andy Warhol di realizzare una serie di dipinti in collaborazione. Dopo che i tre artisti ebbero creato circa quindici quadri in questo modo, Basquiat e Warhol insieme diedero inizio a quella che sarebbe divenuta una delle più notevoli collaborazioni della storia dell’arte moderna e contemporanea. I dipinti venivano creati nello studio di Warhol in Union Square. Basquiat incoraggiò Warhol a ritornare alla pittura a pennello dei suoi primi lavori; Warhol, a sua volta, spinse Basquiat a servirsi di serigrafie e materiale stampato, ma in realtà Basquiat aveva fatto uso di fotocopie e tecniche di stampa sin dall’inizio. L’interazione tra i due artisti aveva una certa affinità con il modo in cui i musicisti jazz dialogano tra loro, improvvisando reciprocamente l’uno sui temi introdotti dall’altro, ma aveva anche qualcosa del combattimento di due pugili sul ring.

Jean Michel Basquiat

Mudec, Museo delle Culture, via Tortona 65 – Milano

26 ottobre 2016 – 26 febbraio 2017

info e prenotazioni: 02/54917

La mostra è curata da Jeffrey Deitch, amico dell’artista, critico, curatore ed ex direttore del MOCA di Los Angeles, da Gianni Mercurio, curatore e saggista, e promossa dal Comune di Milano‐Cultura e da 24 ORE Cultura che ne è anche il produttore

HOMO SAPIENS, LE NUOVE STORIE DELL’EVOLUZIONE UMANA

Homosapiens_©PhotoCarlottaCoppo (54)
Homosapiens_©PhotoCarlottaCoppo (54)

Le nuove scoperte scientifiche, i recenti ritrovamenti e il ricco patrimonio etnografico della collezione permanente del MUDEC, aggiornano il progetto internazionale che ha coinvolto le comunità scientifiche di Italia, Stati Uniti, Israele, Germania, Francia, Spagna, Australia, Georgia, Sud Africa, assieme a Università, Musei e Istituzioni di tutto il mondo: uno sforzo straordinario per raccontare da dove veniamo e come siamo riusciti, di espansione in espansione, a popolare l’intero pianeta, costruendo il caleidoscopico mosaico della diversità umana attuale. Le novità della mostra, organizzata in 5 sezioni tematiche e cronologiche, sono molte e alcune rappresentano una prima volta per Italia: dall’Homo naledi rinvenuto in modo rocambolesco in una grotta sudafricana nel 2013, ai chopper israeliani, i primi strumenti litici ritrovati fuori dall’Africa datati 1.6 milioni di anni fa, dagli straordinari reperti neanderthaliani rinvenuti nella grotta di Fumane alla ricostruzione dello scheletro di Lucy in posizione eretta fino ad arrivare al fossile del cranio rinvenuto nella grotta di Qafzeh in Israele, all’uomo di Altamura, uomo di Neanderthal ritrovato in una grotta pugliese, e alle orme di Homo ergaster scoperte nel corso del mese di giugno 2016. L’evoluzione dell’uomo, i nostri cugini estinti, gli spostamenti della specie sapiens, gli adattamenti alla massima varietà di ecosistemi, comparazioni genetiche e linguistiche, le razze umane e il razzismo, le migrazioni contemporanee, le ibridazioni culturali, l’attuale diversità biologica e culturale sono solo alcuni dei temi che la mostra porta all’attenzione del pubblico con un continuo parallelo tra “storia” del genere umano e contemporaneità. Un’esperienza emozionante che, grazie alla miscela di linguaggi espositivi, rende la mostra adatta a un pubblico di ogni età: accanto a reperti originali provenienti da tutto il mondo, il visitatore troverà modelli in scala reale, installazioni edutainment, passaggi immersivi tra suoni e colori che raccontano le grandi “prime volte” dell’umanità. Molte, infatti, sono le installazioni multimediali che accompagnano il visitatore e che rendono più “reale” e immersiva l’esperienza in mostra. Sarà possibile scoprire quanti e quali oggetti di uso quotidiano hanno un’origine e una storia diversa da quella che immaginiamo con l’installazione interattiva “Il mondo in un giorno” o rivivere quella che è considerata la prima passeggiata della storia umana: “La passeggiata di Laetoli” è un’installazione immersiva che racconta, attraverso un paesaggio dinamico, animato da accadimenti, un viaggio indietro nel tempo di quasi 4 milioni di anni quando una “famiglia” di ominidi lasciò le proprie orme nella cenere di un vulcano. La tecnologia e lo studio delle ossa dell’uomo di Neanderthal hanno reso possibile ipotizzare la tipologia dei suoni che il nostro antenato era in grado produrre: la postazione “Parla anche tu neanderthaliano” permetterà quindi di trasformare la propria voce ed emettere suoni come il nostro antenato. “Test della razza” è, invece, un exhibit che attraverso un meccanismo di gamification vuol far riflettere sull’assenza di prove scientifiche dell’esistenza delle razze umane mentre con “I sentieri di Homo sapiens”, installazione multimediale, il visitatore ripercorrerà le tappe che hanno portato la specie umana a popolare il pianeta: un mappamondo interattivo e info grafiche renderanno chiaro e immediato il viaggio della nostra specie da 1,5 milioni di anni fa a oggi. Infine, con “Match the skulls” si potranno mettere letteralmente le mani sulla preistoria, mettendo alla prova grandi e piccoli con calchi di crani di ominidi da riconoscere e rimontare.

Homo Sapiens, le nuove storie dell’evoluzione umana

Mudec, Museo delle Culture, via Tortona 65 – Milano

30 novembre 2016 – 26 febbraio 2017

info e prenotazioni: 02/54917

Da un progetto di Luigi Cavalli Sforza – la mostra è curata da Telmo Pievani con il coordinamento scientifico di Stefano Papi, promossa da Comune di Milano | Cultura, MUDEC – Museo delle Culture, 24 ORE Cultura – Gruppo 24 Ore che ne è anche il produttore e realizzata in collaborazione con Codice. Idee per la cultura.