Baciami senza rete, il ritratto di una generazione che non sa più guardare il cielo

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«Questo libro nasce da una scritta vista su un muro di Roma: SPEGNETE FACEBOOK E BACIATEVI. Fantastica sintesi di un pensiero non conformista, un’idea appesa come una cornice in mezzo al fumo degli scappamenti, una finestra abusiva, una sfida all’arrancare quotidiano di milioni di formiche, tra casa e ufficio, tra palestra e centri commerciali, obbligate a connettersi e a essere connesse senza requie, senza pensiero, senza dubbio. Una protesta probabilmente vana, sommersa dalla forzata consapevolezza di poter comunicare solo attraverso la lettura di uno schermo o lo scorrere di parole scarne o di immagini che uno strumento tecnologico può e deve trasmettere senza soluzione di continuità.», Paolo Crepet

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Baciami senza rete, l’ultimo libro dello psichiatra Paolo Crepet (ed. Mondadori, Strade Blu), scatta una fotografia della nostra società ai tempi dei social e degli smartphone. Un ritratto inquietante che vede famiglie parlarsi attraverso le chat pur essendo nella stessa stanza o genitori che zittiscono figli chiassosi al ristorante mettendogli tra le mani un tablet. Una generazione che passa più tempo connessa (7 ore extrascolastiche di media) che a scuola, che sta disimparando ad apprendere a causa dei nuovi metodi di apprendimento modellati dall’utilizzo delle nuove tecnologie: veloci, frammentati, superficiali. Una generazione di nomofobici cioè di persone che hanno paura di restare senza connessione.

Un libro per tutti ma soprattutto per genitori di bambini e ragazzi: che uomini e donne stiamo crescendo? Sempre con gli occhi bassi: “un bimbo cresciuto a guardare a trenta centimetri da sé, che se ne farà della vista?…Come potrà mai diventare un “cacciatore d’orizzonti”?

Ma nonostante siano evidenti i segni di dipendenze a tutti gli effetti, questa tipologia non crea ancora il giusto allarme sociale che merita: cosa stiamo aspettando? Di diventare tutti smombies (smartphone zombie)?

E se i giovani sono messi male, i “vecchi” non stanno meglio: “un tempo si scriveva ciò che si pensava, oggi si pensa ciò che si scrive“. Sempre connessi, sempre convinti di avere reali relazioni sociali, sempre sicuri che il palcoscenico dei social sia la vita reale. E la rete, poi, non fa che darci ragione: c’è sempre una massa che conferma il nostro pensiero mentre volutamente ignoriamo chi non la pensa come noi. “Il risultato è quello di un appiattimento, dove l’improvvisazione e il merito, la competenza e la cialtroneria appaiono equivalenti“.

Già, crediamo di essere tutti uguali: allenatori di calcio, piccoli ministri della giustizia, attori incompresi, guru di quartiere, specialisti di elezioni americane, modelle del giorno, anzi dell’istante.

Per fortuna, però, “l’avere tutti il diritto di essere connessi non significa per nulla che siamo tutti uguali e che possiamo fare le stesse cose“.

 

 

 

 

 

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