Coraggio, impegno e amore nel “Cuore di seta” di Shi Yang Shi

Cuore di seta Shi Yang Shi, immigrato a Milano a soli 11 anni, lascia in Cina una vita borghese e si ritrova a sopravvivere da clandestino insieme alla mamma mentre il papà resta in patria. Il non arrendersi davanti a una vita che non riconosce come sua, la grande forza di volontà e l’impegno per essere “il primo della classe”, sono gli strumenti con i quali il giovane Yang costruisce la sua strada, anzi le sue strade, di successo. Oggi Yang è un artista (ha portato a teatro lo spettacolo “ArleChino, traduttore-traditore di due padroni“), un interpete di alto livello e anche uno scrittore. “Cuore di seta” è la sua opera prima, autobiografica. Io che di Cina e cinesi conosco poco, sono rimasta letteralmente affascinata dalla storia di questo ragazzo, dalla sua intraprendenza, dal coraggio del coming out e dai ponti che è stato capace di gettare tra i suoi due paesi, le sue due culture e i suoi due cuori.

 

Paola (Qui si legge)Yang, hai lasciato la Cina a 11 anni con tua madre medico. Tuo padre, ingegnere, rimase a occuparsi di tua nonna. Dici che “nella seta del tuo cuore si è aperto uno strappo. Uno strappo che si sarebbe a poco a poco trasformato in un occhio nuovo, con cui guardare, più dolcemente, al fiume della mia vita“. Cosa vedi oggi da quell’occhio?

 

Yang – Cara Paola, sono ormai un cinese milanese o un italiano d’origine cinese da 27 anni e cittadino italiano da 12. L’occhio nuovo vede senz’altro questo Paese che mi ha accolto un luogo dove maturarmi e continuare a radicarmi. Il mio futuro è soprattutto qui. Ormai quello strappo di sradicamento dalla Cina si è ben cicatrizzato ma ogni tanto torna a brillare, come se sotto sotto il dolore del disadattamento da entrambe le parti rimane sempre vivo. E quando questo accade, solo il rapporto col sacro mi aiuta a placare le onde agitate.

Paola – Tu stavi bene in Cina, avevi una bella casa, eri il primo della classe, avevi una famiglia unita. Ti sei ritrovato in Italia, clandestino, a dormire su una branda in cucina tra la lavatrice e il frigorifero. Cosa ti ha dato la forza di credere che ce l’avresti fatta?

Yang – Il comprendere che se non mi davo da fare per cambiare le mie sorti, le cose non sarebbero cambiate da sole. Questo accadeva a 12 anni, davanti a quel saccone di immondizia fuori dalla cucina di un albergo a Cirò Marina in Calabria. A settembre ritornai a Milano con mia madre e in classe di nuovo ero il più studioso. Non mi importava più di tanto se il termine “secchione” fosse dispregiativo in Italia, al contrario di quanto accadeva in Cina. Dovevo salvarmi. Così grazie all’aiuto di mio padre, ho cominciato a fare l’interprete a 14 anni. E tutto il resto è Karma, inteso come concatenazione di cause ed effetti, per cui oggi, riconosco quel trauma dell’immigrazione come necessario per il mio percorso.

Paola – Appunto, a 12 anni hai iniziato a lavorare come lavapiatti in un albergo calabrese che teneva in “ostaggio” te e tua madre attraverso la detenzione dei vostri passaporti. Portando fuori l’immondizia decidi di tornare a essere “il primo della classe”. Occorre sempre toccare il fondo per risalire?

Yang – Credo che ci sono persone fortunate che per realizzare il loro sogno debbono semplicemente liberarlo dal loro cuore facendo schizzare nel paradiso il loro talento. Sono la minoranza. La maggior parte della gente, o non scoprirà mai il proprio sogno o non riuscirà a realizzarlo o per tutta la vita lo inseguirà, volando in basso, come credo sia il mio caso. Risalire dal fondo del baratro è stato utile per quanto doloroso e costoso: anni di visite da psicologo, qualche visita psichiatrica pure durante la stesura di questo libro, per il quale ho potuto restituire ai lettori una mini-consapevolezza solo dopo tante preghiere buddhiste ad Albagnano e due pellegrinaggi nel 2017 a Borobodur in Indonesia e a Kathmandu in Nepal.  

Paola – La differenza tra l’istruzione cinese e quella italiana, che tu sottolinei nel libro, è solo nella disciplina e nel rispetto delle regole o anche nei contenuti?

Yang – Avendo studiato in Cina solo fino alla prima metà della quinta elementare non me la sento di fare un confronto preciso e chirurgico. A sensazione e ricordo, penso che l’istruzione in Cina è in genere più nozionistica e meno creativa rispetto a quella italiana. Mia zia mi diceva che per accedere all’Università gli esami sono difficilissimi perchè c’era solo un posto per tre studenti che ne fanno richiesta. E quindi l’asticella è volutamente tenuta alta per scremare i migliori. Nel rispetto delle regole a scuola si insegna rigidamente una subordinazione gerarchica all’insegnante, come da filosofia Confuciana, dove addirittura il maestro è da rispettare quanto il proprio genitore. Infatti, la trasgressione alle regole, dalle cerbottane tirate nei capelli della maestra Anna ai coriandoli gettati per i corridoi durante il Carnevale, io l’ho imparata a Milano.

Paola – Da ragazzo la tua identità è frammentata non solo per le due culture che si sovrappongono ma anche per la scoperta del tuo orientamento sessuale. Dici che il tuo “sentirti sbagliato ha radici antiche“, nel fatto che tua madre avrebbe voluto una figlia femmina. Tuo padre, invece, si colpevolizza per averti sradicato dalla Cina e per averti fatto mancare riferimenti maschili e aggiunge la colpa del capitalismo di cui “l’omosessualità era uno dei prodotti più meschini“. Secondo te quanto conta l’ambiente e quanto la nostra natura nella costruzione dell’orientamento sessuale?

Yang – Cara Paola, grazie per questa domanda che arriva direttamente al conflitto base della mia autobiografia, quella legata al coming out. Mi sono chiesto e l’ho chiesto anche al mio futuro marito Angelo come sarebbe stato se fossi rimasto in Cina. Quando l’ho chiesto a me stesso non ho osato neanche immaginare cosa sarebbe successo. Forse sarei stato tra quelli che in Cina scappano dalle loro origini emigrando in altre città interne alla nazione o addirittura all’estero, pur di vivere il proprio orientamento. O peggio, come il mio compagno immaginava per me, mi sarei convinto di essere eterosessuale e sposarmi con una donna e dare un figlio maschio a mio padre “continuare l’incenso del mio cognome”. Terribile!

In ogni caso credo l’ambiente conti meno della natura rispetto al come uno venga fuori arcobalenando. O hai qualcosa di profondamente insito nella natura del tuo essere, biologicamente o psicologicamente parlando non n’importa, oppure qualunque sia l’ambiente in cui ti possono immergere, se la tua ghianda non è diversa, verresti fuori comunque eterosessuale.

Paola – Alla fine hai ritrovato in Italia quei “racconti favolosi” che tuo padre portava a casa dopo i suoi viaggi e che vi ha spinto a emigrare?

Yang – No. A parte che non è finita  🙂 ma se parliamo di condizioni materiali la nostra famiglia d’origine non ha mai recuperato la classe sociale borghese a cui appartenevo prima di emigrare in Italia, comprese le esperienze favolose come viaggi di lavoro internazionali o quant’altro di sfavillante. Se parliamo invece di aspetti esperienziali credo che l’ “incubo Italia” sia diventato nel tempo “tante medaglie al valore” da raccontare ai posteri, parentali o non. Voglio dire che se è vero che un immigrato sceglie di emigrare non solo per migliorare le proprie condizioni economiche ma anche per fare un’esperienza di vita, cercando più libertà viaggiando nello spazio e nel tempo, sia la mia famiglia d’origine sia me stesso in quanto membro di una nuova famiglia a cinque ( per adesso, “solo” tra due gatti e un cane), abbiamo guadagnato da questa esperienza, nel bene e nel male. Ovviamente, è sul bene che costruisco qui il mio futuro.

Paola –  Ti senti ancora banana (giallo fuori, bianco dentro)?

Yang – Un po’ sì, ma molto meno. Diciamo che questa etichetta mi ha pesato per anni ma ormai ci ho fatto il callo e mi diverto a definirmi tale. Avrei anche coniato un termine nuovo: “Hai Liu”  (海留)(Rimasto Oltremare). Mi piace sentirmi come una possibilità lontana anche in quanto cinese, che vive lontano in un Paese che non è più straniero per lui eppure è rimasto profondamente collegato alle origini.

Paola – Hai studiato in Bocconi ma hai sempre sentito il richiamo dell’arte. “…nel teatro esisteva qualcosa che riusciva a placare il mio continuo malessere interiore“. Come e dove ti vedi tra 20 anni?

Yang – Mi piacerebbe trovare delle esperienze nel mondo che siano collegate alla mia biculturalità ma questa è una domanda troppo difficile per quella parte italiana di me, pigra e fannullona (scherzo)!

Se posso esprimere un desiderio, come attore, tra teatro e cinema mi piacerebbe poter raccontare, non solo storie di immigrazioni, in giro per il tutto mondo. Prima di 20 anni!

Buon 2018 a te Paola, alla tue famiglie, ai tuoi lettori! Che sia un anno coraggioso!

 

La scheda libro

Cuore di seta

di Shi Yang Shi

Mondadori

Cuore di seta