Il silenzio addosso. Sofferenza, solitudine e speranza nel nuovo romanzo di Stefania Convalle

Chiara ha perso suo figlio e non si dà pace.
“Orbite oculari dove non si intravede lo spazio vitale che traluce da pupille che sanno di esistere”.
La sua sofferenza è talmente violenta da impedirle di tornare a vivere. Si affida alle mani della “sciamana” Carolina, l’unica che riesce a trasmetterle un po’ di serenità ma che sarà costretta a partire lasciando Chiara di nuovo senza un aiuto.
Giulia, 50 anni, single, ha ereditato un ristorante ben avviato dai genitori e al locale sta sacrificando se stessa.
“Questa vita mi ha assorbita completamente e non ho avuto tempo per l’amore, per trovare un marito, per avere dei figli”.
Chiara e Giulia si incontrano e le loro storie si intrecciano in modo per niente banale con quelle di Alessandro, un uomo che ha sbagliato troppo e che non riesce a riprendere il filo della sua vita, Fabio in cerca della sua occasione ed Edoardo che vive a metà.
“Quanta solitudine, mio Dio, quanta solitudine. Siamo gli uni vicini agli altri, ma distanti e dispersi nelle proprie rotte siderali. Viviamo a due passi dal cuore degli altri, ma non facciamo entrare nessuno, in realtà”.
Ma la vita è sorprendente e riesce a rifiorire anche dove ogni speranza sembrava persa.
Il silenzio addosso“, è il nuovo romanzo di Stefania Convalle, autrice ed editrice monzese. Qui si legge l’ha intervistata.

Intervista a Stefania Convalle

QUI SI LEGGE, PAOLA – Come è nata l’idea del romanzo “Il Silenzio addosso“?

STEFANIA CONVALLE – Il primo capitolo è nato ascoltando questa musica: https://youtu.be/ SGKs5K2xlcg

Ho proprio visualizzato la scena che poi ho descritto. Non so il perché. Quando scrivo non ho un progetto, seguo l’istinto e l’ispirazione. Tutto nasce da sé.

PAOLA – La dolorosa storia della protagonista Chiara, si intreccia con le solitudini di altri personaggi che, per diversi motivi, si limitano a sopravvivere. Secondo te, perché facciamo così fatica a darci un’altra possibilità?

STEFANIA – Darsi un’altra possibilità significa “volersi bene”. E credo che questo piccolo particolare faccia la differenza: in un’epoca come la nostra, performante, dove non siamo più capaci di fermarci per il nostro stesso  bene, ecco che è difficile porre attenzione sulla vita che si conduce. Il modello di vita è pari a un frullatore sempre in movimento e noi ci siamo dentro, nessuna pausa per capire che la vita intanto scorre e per chiedersi – e soprattutto trovare il coraggio – di darsi, eventualmente, un’altra possibilità. Forse pensiamo che il tempo sia eterno. Nel caso di Chiara, la sua seconda possibilità deve lottare col senso di colpa di essere sopravvissuta al proprio figlio; credo che sia difficile riuscire a concedersi di essere di nuovo felice. Ed è il conflitto che vive Chiara.
PAOLA – Il nome “Chiara” è un ossimoro di come, in realtà, Chiara appare: cupa, spenta, sofferente. E’ stata una scelta deliberata?
STEFANIA – Non avevo fatto caso a questo ossimoro! La scelta del nome è stata casuale.
PAOLA –  Nel tuo romanzo protagoniste assolute sono le donne: Chiara, Giulia e la sciamana. Gli uomini hanno un ruolo minore che matura solo quando le donne decidono che è il loro momento. E’ il tuo sprone a cercare prima di tutto in noi stesse gli stimoli per non farci sfuggire la vita di mano?
STEFANIA – I miei romanzi parlano sempre di donne e nelle storie che racconto ne sono le protagoniste, come in “Una calda tazza di caffè americano“, o “Dipende da dove vuoi andare“, per finire a “Il silenzio addosso“. Mi piace raccontare storie al femminile, per la forza insita nelle donne e la capacità di risollevarsi sempre. Gli uomini sono sempre presenti, e non meno importanti nella narrazione, anche se non sono mai i protagonisti, non so perché… Chiediamolo al mio analista 😉 A parte gli scherzi, mi piace raccontare di donne forti, che si rialzano sempre, nonostante le fragilità; e mi piace raccontare della solidarietà tra le donne, anche se nella vita, a volte sono proprio le donne le prime nemiche le une delle altre: competizione atavica?
PAOLA – Ci sono due rapporti “genitoriali” nel romanzo: Chiara che perde un figlio e Giulia che, senza figli, si trova a ricoprire il ruolo di madre. Che ruolo ha dato a te la vita o che ruolo tu hai scelto di ricoprire?
STEFANIA – La vita non mi ha dato il ruolo che ho sempre desiderato: quello di mamma di un figlio mio. Nel 1999 ero rimasta incinta, ma ho perso il bambino nei primi mesi di gravidanza. E mai più è ricapitato. Forse, in qualche modo, quella mano che Chiara fatica a sfilare da quella del figlio, all’inizio del romanzo, è anche un po’ la mia, lasciare andare il rimpianto… Non è stato facile. E oggi mi sento molto come Giulia, “mamma” di tanti, non necessariamente bambini, ma anche adulti che amo proteggere per ragioni d’affetto. Il senso materno mi accompagna: amen 😀 (Ma sto cercando di smettere 😉 )
PAOLA –  Nei ringraziamenti finali c’è una menzione speciale a Laura cui è dedicato il romanzo. Possiamo saperne di più?
STEFANIA – Laura è semplicemente la mia avvocatessa e la nostra conoscenza risale a più di quarant’anni fa, quando lei veniva a lezione di pianoforte da mia mamma. Ora è un avvocato brillante e una pianista diplomata al conservatorio. Una donna speciale, dal cuore immenso: per questo mia mamma le era affezionatissima e anche Laura lo era a lei. La dedica: un grazie per tutto quello che fa sempre per me.

La scheda libro

Il silenzio addosso
di Stefania Convalle

 

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