“Il venditore di metafore”: le storie e il loro dirompente potere di insegnarci a vivere. Intervista a Salvatore Niffoi

Il venditore di Metafore” è il capolavoro di Salvatore Niffoi, uomo e narratore straordinario. Esagero? No, ve lo assicuro. Sono una lettrice compulsiva, leggo 100 libri all’anno, li divoro ma di fronte a questo testo mi sono fermata con il massimo rispetto. Dalle prime pagine ho capito il valore di ciò che avevo di fronte e ho letto assaporando ogni riga, con la lentezza che meritava. Parole dense che lasciano il segno, personaggi che non puoi non amare nella loro dignitosa miseria. Valori universali resi contemporanei dalla loro atemporalità.

Il libro narra la storia di Agapitu Vasoleddu, un uomo che nelle prime pagine definiremmo un “ultimo” e che, invece, nonostante la povertà e l’ignoranza, dopo una devastante carestia che colpisce il villaggio di Thilipirches, diventa “Matoforu“, il venditore di storie. Gira la Sardegna con un carretto e un cane acciaccato ma fedele, raccoglie intorno a sé le persone, le ipnotizza con le parole, ed è talmente bravo e convincente che gli aspetti magici e soprannaturali che esorcizzano la paura della morte ma anche della vita, in bocca a lui sembrano la cosa più naturale del mondo. “Gli abitanti dei paesi lo aspettavano come un messia” e lui “Ajò, zente, se volete ridere e piangere insieme a Matoforu di Thilipirches, portatevi solo la voglia e non perdetevi la storia che sto per raccontare”.

Lezioni di vita sull’ossessione, oggi purtroppo male comune, che affligge il nano Lambutu Malledda, “diventato schiavo della voglia di diventare quello che non era“; oppure l’eterna arroganza dei forti che ci fa soffrire con Mataforu quando due carabinieri, per mero esercizio di potere, gli portano via il quaderno “dove aveva trascritto tutte le storie che aveva raccontato fino a quel giorno e gli spunti per quelle che doveva raccontare ancora“.

Posia pura nella casa di Tziu Jacheddusu cariadore“, la mia storia preferita, dove Matoforu arriva, sbagliando strada, con una doppia storta al piede molto dolorosa.

“Appena Matoforu prese posto su una sedia coperta di piume morte, dalla finestra aperta arrivò una fucilata d’azzurro chiaro. Il cielo si era fatto pulito come un bambino il giorno della Prima Comunione e la luna era una boccia di neve fresca”.

Qui il contacontos cederà il posto di narratore all’aggiusta-ossa e si porrà in ascolto della sua storia e del suo segreto: “chi non sa ascoltare non sa guarire“.

Tra le pagine risaltano i copiosi omaggi alla lingua e alla cultura sarda, un monito sul rischio di sopraffazione del “marketing spinto” che ha per oggetto bellezze e prodotti locali gestiti da menti globali.

Ho amato così tanto questo libro da riporlo, di diritto, tra i gioielli di famiglia da tramandare.

 

L’autore, Salvatore Niffoi

Intervistare Salvatore Niffoi al telefono è una esperienza davvero formativa: ho imparato più da lui in poche ore che in tutta la mia lunga carriera scolastica. Un concentrato di cultura reale, terrestre, lontana anni luce dal mondo dei social, “la rete semplifica il valore delle parole“, e così concreta da poterla toccare. Quest’uomo dalle solidissime radici, nonostante la miseria più totale, riceve in dono dai nonni, dalla mamma e dal maestro elementare, Giuseppe Congeddu, l’amore per la lettura.

E a sua volta, attraverso la narrazione di fiabe e di storie inventate, trasmette ai suoi quattro figli le basi per conoscere il mondo.

Noi dobbiamo solo ringraziare la sua “insonnia produttiva” perché di notte, mentre ascolta la sua adorata musica, acchiappa i sogni e scrive.

 

L’intervista a Salvatore Niffoi

Paola Malcangio – Le storie di Matoforu mescolano realtà e fantasia, sacro e profano e riescono ad affascinare gli abitanti dei villaggi di ogni dove. Il successo di pubblico è dovuto al talento di “su contacontos” o al bisogno delle persone di vivere con più leggerezza?

Salvatore Niffoi – Matoforu è un narratore, come lo sono io. Uno degli obiettivi di chi narra è allenarsi a morire: l’unico vero atto di democrazia possibile. La funzione della letteratura, del racconto, delle storie è quella di vincere la precarietà dell’esistenza, per questo le persone ne hanno bisogno e ne restano affascinate. Io ho iniziato a scrivere per destrutturare ed esorcizzare la paura della morte. Nei grandi romanzi russi e francesi, che ho letto da giovane, si nasconde sempre la provvisorietà dell’uomo e, per questo, sono eterni.

 

Malcangio – Dove e come ha raccolto l’ispirazione per dar vita agli incredibili personaggi protagonisti delle storie?

Niffoi – Questo romanzo è fortemente autobiografico. Come tutti i miei personaggi Matoforu, acronimo di “matto” e “metafora”, mi abitava nell’anima da tanto tempo, mi invocava, mi supplicava di farlo nascere. Il contacontos è un omaggio al mio trisavolo, Predu Lisandra, che aveva una barba lunghissima, una berritta, costruiva carri per i buoi e a fine ‘800 girava la Sardegna raccontando storie, recitando versi in ottave, quartine ed endecasillabi con contenuti inventati ma tecnicamente perfetti; aveva una cultura straordinaria. Anche mio nonno era un dispensatore di cultura: d’inverno, davanti al fuoco, nonostante il fumo ci facesse tossire, restavamo immobili ad ascoltare i suoi racconti delle anime che andavano e venivano dall’aldilà. Per costruire gli altri protagonisti del libro ho tratto ispirazione anche dalle storie dei calzolai, dei fabbri e degli altri artigiani del mio fazzoletto di terra barbaricino; narrazioni che fanno ridere, piangere e parlano di amore, morte, amicizia, diventando un caleidoscopio atemporale e universale.

 

Malcangio – Seppur avvenga con arroganza, è toccante il passaggio di consegne al “contacontos” più giovane. Sembra quasi che Matoforu pensi: ora mi posso fermare perché so che c’è qualcuno in grado di portare avanti il mio compito. Matoforu si sente investito di una missione?

Niffoi – Il contacontos che scalza Matoforu, come molti giovani svezzati a pane e new media, è arrogante e violento. Non sa cosa sia la tolleranza, la sua prepotenza è quasi mafiosa, la sua voglia di successo non conosce limiti: “Adesso sono io il contastorie barbaricino…se non ti uccido è perché sei già morto”. Prima di andarsene con la barrosità con cui è venuto ho, però, riabilitato questo giovane facendogli lasciare una poesia scritta per sé e per Matoforu, perché la letteratura può anche diventare aggressiva ma se le togli la linfa della poesia è un dente cariato, un albero morto. E così Matoforu, che cercava solo una buona scusa per lasciare, può cedere tranquillo il posto al giovane narratore.

 

Malcangio – Accompagnando Matoforu tra paesi e avventure, viviamo la sua storia. L’atmosfera, i personaggi, la loro capacità di adattamento alle difficoltà della vita, la loro dignità, mi hanno ricordato le Fiabe Italiane raccolte da Italo Calvino. Il nostro Paese che sembra proiettato nel futuro, può ancora trarre ispirazione e insegnamenti dalla povera gente?

Niffoi – Le Fiabe Italiane di Italo Calvino le facevo studiare a scuola come supporto all’educazione civica nel senso di educazione al vivere “in pillole”; sono una ricchezza che tutti sottovalutano e invece non c’è niente di rivoluzionario come il messaggio intrinseco che contengono. Noi dobbiamo continuare a raccontarle ai nostri figli che devono crescere maneggiando libri, non altri strumenti di pseudo-conoscenza. Nel 2008 ho portato l’amica Dori Ghezzi a visitare il posto dove sono nato e che non vedevo da cinquant’anni: una stanza di due metri per tre, scavata nell’arenaria. Lì mia madre, nonostante la fatica e la miseria più totale, riusciva a trasmettermi l’amore per le letture. Da bambino leggevo “Il Monello”, “Il vittorioso”, “La domenica del Corriere”. Da ragazzo ho scoperto i romanzi francesi e russi che mio nonno teneva custoditi dentro un cassettone nella sua stalla. La nonna, mia complice, mi passava questi libri proibiti, io salivo in terrazzo, mi sedevo su una pila di giornali e li leggevo di nascosto. Sento ancora i profumi dell’orto e del fieno secco che mi accompagnavano durante la lettura e rivedo il paesaggio che avevo davanti: una straordinaria tavolozza di colori che cambiava di stagione in stagione.

 

Malcangio Il linguaggio del libro alterna italiano e sardo con un risultato musicale ed efficace che richiede attenzione nella lettura. Questa caratteristica dei suoi romanzi, oltre che un omaggio alla sua terra, è anche un modo per tenere incollato il lettore?

Niffoi – Nel romanzo non ci sono solo storie d’amore come quella tra Mataforu e Anzelina Bisocciu. Servivano pezzi di artiglieria per affrontare alcuni argomenti contemporanei come la violenza sulle donne, l’arroganza del potere, la colonizzazione. Il problema identitario della Sardegna ha la sua radice nel rapporto tra il locale e il globale: chi ha denaro e petrolio sceglie paradossalmente di tornare alla dimensione locale con l’obiettivo, solo apparente, di volerla valorizzare. In realtà, l’ingresso dei poteri forti in piccoli territori come i nostri porta solo devastazioni culturali. Già Pasolini, filosofo e anticipatore dei tempi, parlava di omologazione e nei suoi scritti aveva profetizzato il fenomeno della globalizzazione. Purtroppo oggi, in Sardegna, manca quella sinergia necessaria a tenere in vita la nostra ricchezza culturale per non ridurci come una riserva indiana.

 

Malcangio – Viviamo nel mondo dell’immagine. Le parole sono ancora necessarie per raccontare storie?

Niffoi – Si, se hai qualcosa da dire. Scrivere è dolore, sacrificio, è un bisturi che ti apre le viscere. Non ho mai scritto per pubblicare, non amo la scrittura usa e getta né catering e karaoke letterari; odio il mignottismo da pubblicazione incentivato, a volte, da certi editori e giornalisti. Ho scritto questo libro perché sentivo il piacere anticamente moderno delle storie narrate, piacere che dobbiamo far acquisire ai giovani. Stiamo vivendo un terremoto antropologico; la globalizzazione divora l’amore, le persone, tutto. In questa società che Bauman definiva liquida, i ragazzi comunicano per fusione fredda, considerano la lingua e la storia solo degli accessori. La tecnologia, se non usata con parsimonia, rende superflua la memoria, la seppellisce e se la cancelliamo rifaremo gli stessi errori: potrebbero ripresentarsi dittature o campi di concentramento e non ne abbiamo bisogno. Il passato deve essere un cane che ti azzanna i polpacci: se non sai guardarti indietro non puoi andare avanti. Gli antidoti ci sono: cultura, lettura, narrazione. Bompiani diceva “Un uomo che legge ne vale due”; io dico che, oggi, un ragazzo che legge ne vale almeno quattro.

 

Malcangio – L’epoca dello storytelling ci mette di fronte a un paradosso: da una parte c’è chi, attraverso le immagini, vuole farci raggiungere da una storia; dall’altra chi, attraverso le parole, riesce a farci visualizzare immagini. Qual è il lavoro più difficile?

Niffoi – Ai miei figli, quando erano piccoli, raccontavo le storie di Gambettino e Gambettina e Topo Topus, personaggi che avevo inventato solo per loro, per fargli conoscere il mondo attraverso la fantasia letteraria. Il topo aveva la sua casa e girava per la nostra, si faceva sentire, mangiava, esisteva. I sentimenti, i pensieri, i pianti, le risate, le emozioni trasmesse attraverso la narrazione sono un tesoro che rimane per sempre come eredità immateriale.

Questo è il potere che solo le storie hanno perché capaci di attivare l’immaginazione. Oggi a questo sforzo non siamo più abituati, neghiamo a noi stessi il piacere della scoperta. Attraverso i social o certa tv che, a volte, fa più male di una cannonata, ci viene somministrato il “masticato” per disabituarci al libero pensiero. La gente si convince che sul suo pc o sul piccolo schermo ci sia la realtà, ma non è così. Troppe persone, attratte da un successo che sembra facile ottenere anche senza studi, talento e sacrifici, inseguono una visibilità mediatica che può uccidere.

Ho appena incontrato gli studenti delle scuole superiori di Quartu Sant’Elena, ho detto loro: “non fatevi fottere dalla vanagloria, dovete tornare a guardarvi, a toccarvi, ad ascoltare la natura, a percepirne i profumi, a sentirvi parte di essa. Dovete costruire la vostra storia con le vostre mani, sennò sarete solo mosaici di pezzi non originali”.

 

La scheda libro

Il venditore di metafore

Salvatore Niffoi

Anno edizione:2017
Pagine:192

Il venditore di metafore