Fiabe contro il cancro, per sognare un lieto fine che dia senso alla sofferenza. Intervista a Matteo Losa

Piccole fiabe per grandi guerrieri” è un libro pieno d’amore per la vita, per le fiabe, per il lieto fine. E’ il libro di Matteo Losa, 35 anni, che da 9 lotta contro il cancro, anzi no, non lotta ma, come dice lui, convive con la malattia. Matteo è il primo testimonial scelto dall’Associazione Italiana per la ricerca sul Cancro (AIRC) non guarito. Matteo è in chemio continua di mantenimento, ma ha un’energia e una positività che vi sfido a trovare in una qualunque persona perfettamente sana. Cresciuto con le fiabe, dopo essere quasi diventato calciatore professionista (fermato solo dalla malattia) e dopo aver lavorato 7 anni come giornalista (fermato ancora dalla malattia), quando il suo curriculum “diventa carta straccia anche per i fast food”, decide di dar vita al suo sogno di “mangiare con il suo talento” e diventa scrittore di fiabe.

Sono 9 le fiabe pubblicate nel libro edito da Mondadori: Il gigante bitorzoluto, Il criceto pettirosso (la mia preferita), Nanni e Diletta, Il giovincello con la gobba, Il contadino saggio, Il pellegrino piagnucolone, Lo scoglio di Petra, Messer pigrone e Rosaspina. Sono fiabe molto poetiche e ognuna di esse parla delle nostre emozioni base e delle fasi che attraversano i bambini che si trovano costretti ad affrontare la malattia. La prefazione del libro racconta la storia di Matteo che potrete conoscere anche guardando il suo video ma se togliete il prologo, avrete in mano un libro di fiabe stupende e senza tempo. Da leggere da soli, da leggere con i bambini, da regalare a Natale e in qualsiasi altro momento dell’anno. Perchè le fiabe sono eterne, atemporali, universali. Al contrario di tutti noi.

 

Fiabe contro il cancro. “Le avversità si possono affrontare. Questo il messaggio eterno delle fiabe”. Intervista a Matteo Losa

Paola Malcangio – Matteo, quando hai iniziato a scrivere il libro e come ti sei documentato per parlare di fiabe?

Matteo Losa – La prima idea è nata concretamente nel 2010. A dir la verità nel 2006, quando ho cominciato a star male, avevo iniziato a scrivere un diario per raccontare la mia storia, i primi mesi di chemioterapia preventiva; speravo di guarire e volevo utilizzare i nove mesi di terapia come una specie di parto, come se mi stessi preparando a rinascere. In quel momento ha preso forma la voglia di diventare uno scrittore professionista. Non tanto per pubblicare quel diario ma proprio perché volevo farlo di mestiere. Con le fiabe ci sono cresciuto ma ho voluto studiare e documentarmi. All’inizio è stato difficile ma poi in rete ho trovato parecchi saggi in italiano. Ci ho messo cinque anni prima di scrivere una fiaba, ne ho studiato la struttura, le caratteristiche dei personaggi e i passaggi che servono a trasmettere meglio il messaggio ai bambini. In fin dei conti le fiabe parlano di un’avversità che il protagonista deve affrontare. Non tutti hanno la mia sfiga nella vita, ma le fiabe insegnano a come porsi quando ci si trova di fronte un qualunque ostacolo.

Paola – Tu scrivi “I libri si leggono per conoscere le fragilità altrui, che poi sono le nostre, e vedere come qualcun altro le affronta o le rifugge“. Quali sono i libri che ha letto Matteo per conoscere le sue fragilità?

Matteo – Le fiabe mi piacciono da sempre, le leggo a ripetizione, sono brevi e posso leggerle anche nei ritagli di tempo. Ci sono tanti libri, invece, che leggo a più riprese come la saga de Il trono di Spade (da vero nerd, dice ridendo, ndr). Ho pianto terribilmente nel passaggio in cui viene ucciso Robb Stark nonostante il suo metalupo, Vento Grigio, lo metta in guardia dall’imminente agguato messo in atto dai suoi parenti. Robb non ascolta Vento Grigio ed entrambi vengono uccisi. Io ho un rapporto morboso con il mio cagnolino e ho sofferto molto. I racconti di Urakami, poi, sono una bomba, è bravissimo a raccontare la mentalità del ragazzo giapponese che ha profondi drammi interiori e io, da antico lettore di Manga, apprezzo molto.

E amo pazzamente Andersen perché le sue fiabe hanno una connotazione cristiana. La mia preferita è “Il soldatino di stagno” che fa quello che cerco di fare io: non cadere e, se cado, rialzarmi.

Paola – Una tua frase ricorrente è “Le battaglie non le vinci mai, al massimo sopravvivi“. E’ pessimismo o realismo?

Matteo – Ci sono arrivato con l’esperienza. Anch’io inizialmente vedevo la mia malattia come una guerra da vincere. Pian pianino, però, quando ci sei dentro da tanto, capisci che se vuoi vincere davvero la guerra lo devi fare con la pace. Vedo tanti manuali di persone che raccontano di aver vinto la battaglia contro il cancro, magari dopo mesi di chemio o dopo un’operazione. Anch’io inizialmente la vivevo come una battaglia, però quando i mesi diventano 9 anni, non puoi rimanere in guerra. La convivenza pacifica, quindi, è l’unica strada.

Paola – “Ciò che fa davvero la differenza nella vita è sognare un lieto fine che dia significato alle sofferenze“. Tu hai dato un significato alla tua sofferenza?

Matteo – Con estrema fatica. La sofferenza è come una fiaba, ti cambia la vita piano piano, non da un giorno all’altro, si metabolizza poco alla volta anche attraverso le persone che ti stanno intorno: grazie al loro affetto e al loro amore riesco ad amare la vita nonostante le difficoltà che mi mette davanti tutti i giorni.

Paola – Sorpresa, Paura, Disprezzo, Rabbia, Disgusto, Gioia e Tristezza, sono le nostre emozioni base. In questo momento qual è la tua?

Matteo – La paura, ma cerco di affrontarla con coraggio, come nella fiaba del criceto pettirosso.

Paola – Hai scelto di utilizzare la parola in un mondo che vive di immagine. Sei controcorrente!

Matteo – Io sono anche fotografo e con l’immagine ci lavoro ma il mio intento era quello di trasmettere, attraverso la parola, immagini legate a qualcosa di più grande: le emozioni.

Paola – Il linguaggio delle tue fiabe contiene parole poetiche, desuete ma forse per questo immortali (messere, giovincello, briccone, etc.). E’ stata una scelta precisa?

Matteo – Ho lottato tanto per imporre la forma della fiaba (gli editori volevano racconti) e questo linguaggio. La fiaba classica è scritta così ed è eterna. La fiaba non ha autore, è una storia che può aver scritto chiunque e in qualunque momento e la scelta di quelle parole piuttosto che di altre, più moderne, mi ha aiutato a rendere universale il messaggio.

Paola – Nelle fiabe il lieto fine spesso arriva grazie alla magia. E nella vita su cosa dobbiamo fare affidamento per provare a costruire il nostro lieto fine?

Matteo – Fondamentale è la volontà di cambiare che non ha quasi nessuno, sembra stupido però tutti vogliamo cambiare la nostra vita ma quando ci troviamo per le mani un’occasione per farlo, rimaniamo fermi. Invece bisogna uscire dalla comfort zone e avventurarsi nella zona di rischio, piano piano, a più riprese in modo da sentirci, poco a poco, a nostro agio anche fuori dai nostri confini. Nella fiaba chi raggiunge il lieto fine è chi riesce a sfruttare la componente magica. Il gigante bitorzoluto, per esempio, non lo fa e ne paga le conseguenze.

Paola – Hai progetti in corso?

Matteo – Vorrei continuare con le fiabe. Molto dipende da come andrà questo libro e, grazie a tutti quelli che amano le fiabe, spero di trasformarlo in una scommessa vincente.

 

Il progetto di Matteo Losa

In questo video potrete ascoltare dalla viva voce di Matteo la sua storia e il suo progetto Fairitales.

 

La scheda libro

Piccole fiabe per grandi guerrieri

Matteo Losa

Mondadori

Piccole fiabe per grandi guerrieri