Quando mi riconoscerai, di Marco Erba: “La vita non è mai dietro, è sempre davanti. Sempre”

Dopo il grande successo di “Fra me e te”, (leggi la recensione“), Marco Erba è tornato in libreria con “Quando mi riconoscerai“, edito da Rizzoli.
Il romanzo si snoda su due piani temporali: uno inizia negli anni ’30 ed è la storia di Rodolfo e Italo, due gemelli che condividono tutto, e Viola, figlia del capo dei fascisti di Castenate, innamorata di Rodolfo ma promessa ad Aristide. L’altro inizia nel 1987, ha per protagonisti Camilla ed Enea e, con la storia di Rodolfo e Italo non ha, apparentemente, niente in comune.
La prima vicenda ci porta tra gli orrori della seconda guerra mondiale vissuti da chi, come Rodolfo, in guerra ci è andato e da chi, come Italo, ha disertato. La seconda ci parla di un altro tipo di sofferenza e di solitudine. Entrambe ci insegnano che ” “la felicità e il dolore possono stare insieme”.
“Era lì che l’aveva capito. Aveva capito che la felicità e il dolore possono stare insieme. Che la vita non è mai dietro, è sempre davanti. Sempre”.
Sul libro è stato girato anche un video musicale dai Tamrida.
Qui si legge ha intervistato Marco Erba durante la terza edizione del BookFestivalBar di Cernusco sul Naviglio.
QUI SI LEGGE – PAOLA – Rodolfo, Aristide, Viola e Italo da una parte; dall’altra, Camilla ed Enea. Due generazioni a confronto. I primi vivono la guerra, gli altri vivono un periodo storico sicuramente più fortunato. Credi il vivere in un’epoca come la nostra, con la guerra lontana, ci abbia dato o tolto qualcosa?
MARCO ERBA – Domanda difficilissima! Sicuramente il dolore è un limite ma io credo sia anche un’occasione. Incontro tantissimi studenti perché ho la fortuna di essere un insegnante e vedo numerosi ragazzi che, segnati dal dolore, riescono a trasformarlo in qualcosa di bello per gli altri. Il dolore è uno strumento che ti porta a scavare dentro di te, a conoscerti più profondamente. Il dolore ti fa capire chi sei e ti permette di donarti agli altri.
PAOLA –  Anche il dolore della guerra?
MARCO ERBA – Sì, anche il dolore della guerra. Rodolfo è un personaggio fortissimo. Anche Italo, che all’inizio è più timido, diventa un uomo di grande statura morale e Viola è una donna decisissima, un personaggio positivo nel corso di tutto il romanzo. La guerra ti scava dentro ma ti fa tirare fuori il meglio di te e una forza che, magari, non ti aspettavi di avere. I personaggi contemporanei invece sono un po’ diversi. Enea è il bambino che potevo essere io, figlio unico, un po’ viziato, che guarda il mondo come qualcosa di esterno e di minaccioso, cresciuto nella bambagia che però, una volta a contatto col mondo, prima ne ha paura e fugge (è un po’ la mia esperienza), poi lo aggredisce, diventa un bullo per arrivare, attraverso queste “maschere”, a essere se stesso. E ci arriva quando incontra qualcosa di bello che gli scalda il cuore e lo appassiona: la filosofia. Per me è stata la letteratura.
Camilla è paradossalmente più simile ai personaggi del passato. Lei ha un vissuto tragico e terribile, anche lei indossa una serie di maschere da dura ma capisce che mostrare e condividere il suo dolore e la sua fragilità non è un limite ma una ricchezza. Infatti, nella seconda parte del romanzo, Camilla è un personaggio molto positivo che trasforma in risorsa il suo vissuto.
PAOLA –  Nel romanzo metti il lettore di fronte alla guerra vista dai soldati, attraverso le lettere di Rodolfo, e alla guerra vista da chi resta al paese. Da dove hai tratto ispirazione?
MARCO ERBA – Il romanzo è ispirato alla storia di mio nonno Doroteo che ha visto il fratello Rodolfo partire per la guerra e non tornare mai più.  Rodolfo era stato reclutato ed era partito con l’inconsapevolezza dei giovani che non sapevano quanto l’esercito italiano fosse impreparato. Mio nonno, invece, è rimasto a casa, ha fatto il disertore ed è andato a lavorare per un agricoltore; si è nascosto sia perché aveva visto che il fratello non tornava più, sia perché la famiglia aveva bisogno del suo lavoro e dei soldi che lui portava a casa. Mi ha raccontato tanti episodi, ha rischiato diverse volte di essere ucciso. Una volta ha incrociato una pattuglia tedesca che, se l’avesse identificato, l’avrebbe fucilato all’istante essendo lui un disertore. Non potendo scappare, si è spostato sulla destra lasciandoli passare ed è andato via rasente al muro. Gli è andata bene! Un’altra volta è fuggito inseguito dai tedeschi, l’ha nascosto una signora in casa sua che ai tedeschi ha detto “No, in casa mia non ho visto nessuno” e non sono entrati. Se fossero entrati avrebbero ucciso lei, i suoi figli e mio nonno.
PAOLA – Oggi si parla ancora molto di fascismo. Credi che un romanzo in più possa servire a veicolare messaggi positivi? Non sono, forse, quasi impermeabili i ragazzi di oggi?
MARCO ERBA –  Io ho cercato di parlare di questo soprattutto nel penultimo capitolo. Sui fatti storici noi siamo chiamati a dare un giudizio e qualsiasi totalitarismo è disumano perché priva l’uomo della libertà di esprimersi che è uno dei fondamenti della vita umana. Le persone non vanno giudicate ma la loro storia va conosciuta. Io sento tanti ragazzi inneggiare al fascismo quando però li prendi a tu per tu e li porti a ragionare, loro stessi fanno dei passi indietro e le loro idee e convinzioni si sgretolano in maniera quasi ridicola. Io, però, dico che per questo serve la scuola. La scuola non è come i social dove spari una cavolata nascondendoti dietro la tastiera. La scuola è il luogo del confronto faccia a faccia, il confronto delle idee. Il messaggio che volevo dare con il romanzo è anche questo: non riempirti la bocca di stupidaggini ma informati prima di parlare.
PAOLA – Ma proprio perché quello giovanile è un atteggiamento, secondo te è pericoloso?
MARCO ERBA– Io personalmente credo che oggi in Italia non esista un allarme fascismo, però dico anche che tra i giovani l’inconsapevolezza storica è un problema.
PAOLA – Quando Viola, nel romanzo, descrive il primo giorno di scuola elementare dei suoi alunni dice “mette i brividi pensare agli errori che puoi commettere, alle sfide che puoi vincere“. Tu insegni a ragazzi più grandi, credi che siano ancora plasmabili nel senso nobile del termine?
MARCO ERBA – Un grande educatore, docente della Cattolica, una volta disse che l’insegnante è come Mosè che accompagna il popolo nel deserto per 40 anni, arriva sul Monte Nebo, vede la terra promessa e muore prima di attraversarla. Io credo che il lavoro dell’insegnante sia proprio questo: ti accompagno per un pezzo, sulla rampa di lancio della tua vita, non vedrò i frutti ma mi piace immaginare che la tua vita sarà bellissima. Incontro tanti ragazzi ed ex allievi e vedo che le loro vite hanno portato frutti. Io credo che noi dobbiamo gettare un seme di bellezza, dirgli qualcosa di bello, fargli leggere qualcosa che apra anche dentro delle domande. Poi la strada la devono fare loro. Ogni ragazzo ha dentro qualcosa di grande che, se giustamente stimolato, porta i suoi frutti.
PAOLA – Il tuo primo romanzo era destinato a un pubblico di adolescenti ed è stato molto amato anche dai genitori. Chi pensi sia il lettore tipo di “Quando mi riconoscerai“?
MARCO ERBA – Ho voluto allargare il pubblico. Il romanzo è adatto anche a un pubblico più adulto rispetto a quello del primo romanzo, penso anche a tutti quegli anziani che hanno nel loro vissuto parenti che hanno fatto la campagna di Russia che ha toccato, purtroppo, molte famiglie italiane. Credo però che il linguaggio young adult del romanzo renda la storia adatta per gli adolescenti.
PAOLA – La storia ha un ottimo intreccio, l’avevi pensata così dall’inizio?
MARCO ERBA – C’è tanto lavoro dietro, la prima stesura era molto più lineare e forse anche meno avvincente. Ma la mia agente Erica Berla e la sua collaboratrice, Vanessa Maus, mi hanno dato ottimi suggerimenti e mi hanno fatto lavorare finché non la storia ha preso la sua forma definitiva.
PAOLA – Due romanzi con Rizzoli. Avresti mai pensato di diventare scrittore?
MARCO ERBA – E’ il sogno della mia vita che si realizza.

La scheda libro

Quando mi riconoscerai
di Marco Erba
Rizzoli
Marco Erba Qui si legge