La dislessia è ancora un’isola? Intervista a Francesca Magni, autrice de “Il bambino che disegnava parole”

Teo è “Il bambino che disegnava parole“, protagonista del libro che Francesca Magni, giornalista, ha scritto trasformando in romanzo i racconti pubblicati sul suo blog , Letto tra noi, sull’esperienza vissuta con suo Filippo.

Teo ha 12 anni, è un ragazzino vivace e intelligente. Supera senza problemi le scuole elementari, ma in seconda media qualcosa si inceppa, iniziano le difficoltà, cala il rendimento, arrivano gli attacchi di panico. I genitori, su consiglio dell’insegnante di lettere, si rivolgono a una psicologa esperta dell’età adolescenziale. La specialista capisce subito che Teo è dislessico e questa rivelazione fa iniziare, ai genitori e alla sorella più piccola, il viaggio verso l’isola della dislessia. Un cammino di conoscenza guidato dalla mamma con forza, determinazione e soprattutto amore, restituirà a Teo la consapevolezza di essere solo dislessico e non stupido, nè svogliato. Ma quanta fatica farlo capire agli altri! Quanta fatica interloquire con una scuola che richiede docenti sempre più preparati a gestire gli effetti della complessità della nostra società. Anche per la dislessia ci vorrebbe l’immunità di gregge e ognuno di noi potrebbe fare la sua parte partendo da storie come quella di Teo.

 

L’intervista a Francesca Magni

QSL (Paola) – Francesca, hai scritto un romanzo partendo dalla tua storia familiare: una madre che scopre la dislessia del figlio solo alle scuole medie. C’è il tuo cuore nel libro. E’ stato difficile raccontare la tua storia attraverso la storia di Teo?

 

Francesca – C’è voluto un anno per trovare il coraggio di mettere la storia nero su bianco. Un anno per accettare la scoperta. Poi un giorno ho iniziato a scrivere sul mio blog (Letto tra noi, ndr), ed è stato come mettersi davanti a uno specchio e riconoscersi. Così, quando la Giunti mi ha chiesto di trasformare la storia in un romanzo, ero pronta a farlo. La vicenda di Teo e della sua famiglia, che ci rispecchia in toto, è uscita con gioia e con necessità: ho capito che se hai a che fare con una cosa ancora mal conosciuta come la dislessia, una cosa che causa sofferenze inutili ed evitabili e che riguarda tante persone, be’, devi proprio parlarne. Così noi siamo diventati specchio per altri: tanti leggono “Il bambino che disegnava parole” e mi scrivono su Facebook, raccontandomi la loro storia.

 

QSL (Paola) – La prima parte del romanzo vede una madre sofferente e impotente di fronte alle difficoltà di suo figlio, un ragazzo sveglio e intelligente. Poi un incidente costringe Teo a non poter fare i compiti per due mesi. L’episodio “chiama a raccolta le energie speciali delle emergenze” e, per aiutarlo, la mamma riesce a entrare nella sua testa costruendo, nel vero senso della parola, alcuni concetti di geometria e di grammatica. Perché deve arrivarci una madre e non la scuola?

 

Francesca – La risposta credo sia l’amore. Una madre, un padre che vedono il figlio in difficoltà cercano in ogni modo di aiutarlo. Perché lo amano. Possiamo chiedere alla scuola di amare i nostri figli? Forse è una pretesa troppo grande. Perciò ho pensato che studiare il modo in cui funziona il cervello di mio figlio, avventurandomi lungo quel sentiero selvaggio e inevitabile che è l’amore materno, mi avrebbe permesso di avere le sue “istruzioni per l’uso” da condividere poi con gli insegnanti. Dopo l’incidente alla mano destra, ogni sera scrivevo i compiti per mio figlio sotto sua dettatura e così scoprivo che lui imparava meglio se le nozioni erano inserite dentro a delle storie, che i “nomi etichetta”, per esempio i lessici specifici della grammatica o della geometria, si fissavano meglio se li associavamo a degli oggetti fisici, per esempio a dei mattoncini di Lego… Ero alla ricerca di strade che portassero le nozioni nel deposito della sua mente in modo più rapido ed efficace dell’unico che la scuola proponga: il famoso “leggi e ripeti”, che con i dislessici è inefficace. Ora la speranza, anche grazie al libro, è che queste conoscenze aiutino anche gli insegnanti, ai quali non possiamo chiedere di amare i nostri figli come li amiamo noi, ma possiamo chiedere di aiutarli a imparare nel loro modo.

 

QSL (Paola) – La consapevolezza della neurodiversità rende più sicuro Teo che inizia un recupero scolastico veloce. Chi può affiancare gli adolescenti nella costruzione o nel recupero dell’autostima e attraverso quali strumenti?

 

Francesca – Il brillante ultimo anno di scuola media di Teo è arrivato grazie a un percorso di recupero dell’autostima intrapreso dalla sua insegnante di lettere. Lei ha cercato i suoi punti di forza, per esempio ragionare, esporre a voce alta, e ha iniziato a metterli in luce davanti alla classe. A un certo punto tutti dicevano “Quante cose sa Teo” e lui ha smesso di essere il compagno un po’ strano che non sa annotare i compiti sul diario, che si perde quando i professori dettano, che nelle verifiche è così agitato da cadere dalla sedia. Questa brava professoressa ha riparato la sua autostima. Se ogni dislessico trova almeno un insegnante capace di capirlo e valorizzarlo, direi che è salvo!

 

Paola Malcangio legeg "Il bambino che disegnava parole"
Sono passati 36 anni dalla pubblicazione del primo libro sulla dislessia. Molte cose non sono cambiate

QSL (Paola) – Nel 1981 lo sceneggiatore Ugo Pirro scriveva “Mio figlio non sa leggere“, il primo libro sulla dislessia. Pirro, padre di un ragazzo dislessico, si scontra con un mondo che della dislessia sapeva pochissimo e nella scuola trova un avversario non preparato. Dal punto di vista della conoscenza abbiamo fatto passi da gigante: oggi sappiamo che dislessia non è una malattia (Pirro pensava di “guarire” suo figlio), c’è grande consapevolezza nei genitori che si sono anche costituiti in associazione, in Italia ci sono 1.900.000 dislessici. Ma la scuola, secondo te, ha fatto gli stessi progressi?

 

Francesca – Temo di no. È come se le conoscenze scientifiche non avessero ancora organicamente e univocamente raggiunto tutti. Si incontrano insegnanti che sanno-e-capiscono, ma altri che sanno in modo generico e si limitano a considerare la dislessia come un obbligo burocratico; compilano e applicano il Piano didattico personalizzato senza capirne veramente il senso. I cosiddetti strumenti compensativi (dal tempo in più agli strumenti informatici) servono, prima che allo studente, proprio all’insegnante: per valutare quello che il ragazzo sa al netto degli effetti del suo disturbo. Ma molti docenti oggi continuano a considerarli come facilitazioni, anziché come gli occhiali per un miope. Però oggi, a differenza degli anni in cui Ugo Pirro lottava da solo per suo figlio, di dislessia si parla molto, e questo mi rende fiduciosa.

 

QSL (Paola) – La scuola inserisce la Dislessia tra i DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) e spetta al sistema sanitario la certificazione. Secondo te è la categoria corretta?

 

Francesca – Che bella, questa domanda! No, non è la categoria corretta. Si tratta di caratteristiche dell’apprendimento. La dislessia e gli altri DSA (discalculia, disgrafia, disortografia) sono effetto di una struttura anatomico-funzionale del cervello leggermente diversa da quella tipica. Sono uno dei possibili modi di essere e di funzionare. I dislessici sono i mancini dell’apprendimento: prima o poi anche loro potranno “imparare con la sinistra”!

 

QSL (Paola) – In una delle appendici del libro pubblichi “Il manifesto dei diritti del dislessico” che poi sono diritti umani, quindi di tutti. Hai pensato di proporlo al Miur magari partendo dall’adozione da parte di qualche scuola illuminata?

 

FrancescaSarebbe un sogno vedere il Manifesto adottato dalle scuole! Adottato e anche manipolato, reso vivo: vorrei che fosse arricchito via via che le conoscenze evolvono, via via che genitori, insegnanti, scienziati e i dislessici stessi mettono a fuoco meglio cosa sono i DSA. Da quando ho finito di scrivere il libro, le mie conoscenze sono progredite ulteriormente. Ogni giorno scopro qualcosa e capisco un po’ di più, anche grazie a mio figlio che ora lotta con il liceo classico… Abbiamo tutti bisogno di questo processo di “conoscenza continua”. Sarei felice se proprio il Manifesto riuscisse a innescarlo.

 

La scheda libro

Il bambino che disegnava parole

Francesca Magni

Ed. Giunti

 

Stefania Strignano, una dirigente scolastica illuminata


All’Istituto Comprensivo Statale “Ungaretti” di Melzo (Mi), la Dirigente scolastica Stefania Strignano ha introdotto un progetto di consulenza psicopedagogica sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) con la collaborazione di un neuropsichiatra infantile, fin dalla scuola dell’infanzia. “Questo consente – spiega la Dirigente – di avere da subito indicazioni sulle neurodiversità e i disturbi dell’apprendimento. Nel 100% dei casi la diagnosi fatta in tenerissima età si rivela corretta e, sapendolo molto presto, la scuola si può, da subito, attrezzare per seguire al meglio questi studenti”.
Le valutazioni sulla dislessia secondo altre scuole di pensiero, invece, spesso si fanno a partire dalla terza elementare e forse si perde tempo prezioso per anche solo per adottare gli strumenti compensativi e dispensativi che la legge prevede per i Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Nella scuola di Stefania tutti gli studenti hanno un iPad (è una delle scuole seguite da Apple), innovativo è il metodo di insegnamento (classe capovolta, con lezioni registrate dai docenti che i bambini possono ascoltare a casa e acquisizione esperienziali in aula) e intensa la formazione dei docenti.

La scuola può fare molto ma la differenza, spesso, la fanno solo le persone.

 

Il libro di Pirro nei miei ricordi

Le macchie di caffèlatte sul libro di Pirro (1981)
Le macchie del mio caffelatte sul libro di Pirro (1981)

Il libro di Francesca Magni è stato un graditissimo regalo di Alessandra Barlassina, la super blogger di Gucky.
Appena l’ho avuto tra le mani, sono tornata indietro nel tempo, molto indietro, per ritrovare il primo libro che lessi sulla dislessia, “Mio figlio non sa leggere” di Ugo Pirro, regalatomi da mio padre. Avevo solo 14 anni ma trovai la storia di Pirro e di suo figlio Umberto molto interessante, allora la dislessia mi sembrava una malattia e l’impotenza di Ugo Pirro mi angosciava.
Nessuno nella mia famiglia è dislessico ma mi sono sempre sentita molto vicina ai genitori di bambini dislessici e credo che storie come quella di Umberto ieri e di Teo oggi, debbano essere conosciute da tutti per formare, come dice Francesca Magni, l’immunità di gregge sulla dislessia, ovvero una consapevolezza così vasta su questa neurodiversità da non doverla considerare una disabilità. Ho risfogliato le pagine ingiallite del libro di Pirro e ho ritrovato le mie sottolineature di ragazzina, tutte perfettamente dritte (oggi, invece, le faccio sbilenche) ma soprattutto le macchie di caffelatte perché, da sempre, il mio momento preferito per leggere è quello della colazione. Solo che guardando più il libro che la tazza, qualche guaio è inevitabile, ora come allora.